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il Clementissimo
La devozione
non consiste nel volgere i volti
verso l'oriente o l'occidente.
Devoto
è colui che crede in Dio e nel Giorno Ultimo,
negli angeli,
nel Libro e nei profeti;
colui che dà del proprio,
nel Suo Amore,
ai parenti, agli orfani, ai poveri,
ai viandanti, ai mendicanti
e per liberare gli schiavi;
colui che s'accosta alla preghiera
e purifica i propri beni
nell'elargizione.
E quelli che mantengono gli impegni presi,
quelli che sono pazienti
nelle avversità, nella malattia,
nel momento dello sconforto.
Ecco coloro che sono veritieri,
ecco i devoti.
O Eterno,
chi potrà dimorare
nella Tua tenda,
chi potrà abitare
sul Tuo santo monte?
Colui che procede integro
e opera con giustizia,
che dice la verità che è nel suo cuore,
non calunnia con la sua lingua,
né fa male contro il suo prossimo
o getta infamia con le proprie azioni
contro il suo vicino.
Ai suoi occhi
il malvagio è spregevole,
mentre onora
coloro che temono l'Eterno.
Non ritratta
anche se ha giurato
a proprio danno.
Egli non dà in usura il proprio denaro
né accetta doni di corruzione
contro l'innocente;
Chi si comporta così
non vacillerà mai.
E' solo per il Signore
che l'anima mia attende
silenziosa;
da Lui soltanto
può venire la mia salvezza.
Lui solo
è mia roccia e mia salvezza,
Lui è la mia fortezza:
non vacillerò mai tanto!
Fino a quando voi
complotterete slealmente
contro l'uomo?
Possiate tutti voi
essere abbattuti
come muro pericolante
o recinto inclinato.
Solo a causa della loro alterigia
essi tramano per farmi cadere;
amano raccontar menzogna.
Benedicono con la bocca
e maledicono col cuore.
Però l'anima mia attende
silenziosa
il Signore soltanto
perchè è da Lui
che sgorga la mia speranza.
Lui solo
è mia roccia e mia salvezza,
Lui è la mia fortezza:
non vacillerò!
Dal Signore dipende
la mia salvezza e la mia gloria,
la roccia del mio vigore:
il mio rifugio è nel Signore!
Abbiate fede in Lui,
in qualsiasi momento, oh popolo,
aprite il vostro cuore di fronte a Lui!
Il Signore è per noi un rifugio per sempre.
Nient'altro che vanità fidarsi degli esseri umani
e gli uomini di alto rango son menzogneri!
Messi sulla bilancia s'alzan leggeri:
tutti insieme pesano meno del nulla.
No, non affidatevi alla violenza,
né sperate vanamente
nelle rapine!
Anche quando le ricchezze
dovessero prosperare
non attribuitegli importanza!
Una volta parlò il Signore,
due volte L'ascoltai:
la Potenza appartiene a Dio
e Tuo, o mio Signore,
è l'Amore;
Tu rendi a ciascuno
secondo le sue opere.
La pagina culturale del Corriere di oggi propone un breve saggio di Abdel Wahab Meddeb. Docente di letteratura comparata, scrittore ed animatore di una trasmissione radiofonica francese, non avrebbe forse riscosso l'attenzione del primo quotidiano nazionale, se non fosse stato anche un musulmano critico dell'Islam.
Autore de "La malattia dell'Islam" - distintosi per il sostegno ad Ayaan Hirsi Ali, per una difesa del discorso di Papa Benedetto XVI a Ratisbona e per una polemica televisiva con Tariq Ramadan (vantando, insomma, tutti quei requisiti che introducono mediaticamente al rango di "islamico moderato") - Meddeb è un musulmano ateo, com'egli stesso si definisce, che sostiene che "quel che viene chiesto all'Islam per guarire, per uscire dalla maledizione, è di costruirsi un sito post-islamico [..] E' necessario per non turbare il concerto delle nazioni". Il titolo dell'articolo riassume in tal modo il pensiero dell'autore: "L'Islam oltre le parole del Corano: così si cura il fondamentalismo".
Meddeb, peraltro, esordisce costruttivamente il suo intervento, analizzando le corrispondenze biblico-coraniche circa il tema della violenza: l'esortazione islamica alla lotta contro gli idolatri (Cor IX:5) è così apparentata alla severità di Mosè (Es 32:29) ed alle imprese di Giosuè (Gs 6:21), fino ad affermare che "bisogna riconoscere che la violenza generata dalla fede non è una caratteristica dell'Islam. Si esprime in maniera virulenta anche nelle religioni venute dal sub-continente indiano [..] Se consideriamo la sfera dei monoteismi, c'è da osservare che la guerra condotta in nome del Signore fu biblica prima d'essere coranica".
Muove, inoltre, una critica condivisibile al mondo musulmano, che "continua a vedere i cristiani come fossero ancora i protagonisti medievali del Cristianesimo. Da tempo invece i concetti di nazione e di popolo hanno ridotto il riferimento alla religione". Si tratta di un difetto di comprensione che obiettivamente impedisce lo sviluppo di una piena consapevolezza della contemporaneità da parte della coscienza musulmana.
Tuttavia, non è semplicemente una migliore comprensione della diversità culturale, ciò cui Meddeb invita il pensiero islamico; egli ne invoca, invece, una radicale neutralizzazione ed omogeneizzazione al modello europeo, tramite "l'assimilazione di un altro diritto, costruito al di fuori delle prescrizioni religiose, che appartengono ad un'altra epoca [..] incitando i cittadini musulmani d'Europa a vivere nella libera coscienza secondo lo spirito del diritto positivo e della Carta dei Diritti dell'Uomo, abolendo qualsiasi riferimento alla loro legge religiosa (shari'a). Così, come musulmani della libera scelta, potranno praticare un culto spiritualizzato che sapranno alimentare attingendo alla mistica - ricchissimo capitale del sufismo - prodotta dalla loro tradizione religiosa".
Prosegue Meddeb: "Il Testo fondatore può essere oltrepassato, se non superato. [..] Questa neutralizzazione attraverso il ritorno al contesto è assolutamente necessaria, non solo per quanto riguarda il problema della violenza, ma anche per i molteplici anacronismi antropologici che trascina con sé il diritto emanante dallo spirito e dalla lettera del Testo fondatore". A fronte di ciò, i Paesi musulmani "si accontentano di mettere in guardia i propri cittadini, stimolandoli ad integrare un Islam del giusto mezzo, destinato a distinguerli da chi, fra i loro correligionari, vive la propria fede secondo un'interpretazione estrema, massimalista. [..] E' un passo lodevole, ma davvero insufficiente, timido".
Meddeb discute un problema drammaticamente concreto - la realtà dell'estremismo islamista. La pertinenza delle sue proposte, tuttavia, è paragonabile a quella che potrebbe esercitare Piergiorgio Odifreddi, analizzando le propettive di riforma del diritto canonico della Chiesa cattolica.
Un musulmano ateo invita i credenti musulmani a diventare "musulmani della libera scelta", accantonando il Corano "antropologicamente anacronistico" ed abbandonando "prescrizioni religiose di un'altra epoca" in favore di un "culto spiritualizzato" nutrito di scritti mistici e di Carte dei Diritti.
Sarebbe sufficiente porre una premessa fondamentale, per chiarire la pochezza di questo programma di riforma.
C'è uno spessore sacramentale, nel Verbo coranico, il cui accesso è stato garantito nei secoli dall'esegesi tradizionale di ermeneuti qualificati, da precise sequele sapienziali risalenti al Profeta* stesso. Tale spessore simbolico dissolve e sbugiarda automaticamente, ed allo stesso tempo, tanto una lettura rigidamente letteralista, quanto un'interpretazione riduttivamente storico-letteraria.
Il dott. Meddeb, al pari di un qualsiasi letteralista, non scorge la complessità simbolica sottesa al Testo - né lo potrebbe, essendo ateo; l'unico modo che gli resta per contestare il letteralismo farisaico, dunque, è la contestazione del Testo stesso. E' forse perciò che egli non comprende assolutamente come quella "mistica" cui vorrebbe invitare i musulmani in alternativa al Testo coranico, altro non è che un secolare, ininterrotto esercizio di meditazione e commento del Corano stesso, la fedeltà al Quale egli definisce invece "un passo timido ed insufficiente", rendendosi di fatto ridicolo a chiunque capisca di cosa si stia parlando.
Appena marginale, in fondo, sarebbe dunque l'annotazione dell'ipocrisia di un appello agli "Stati islamici" per "neutralizzare la nozione di guerra santa, di jihad, poiché essa è in flagrante contraddizione con la loro partecipazione al concerto delle nazioni, al cammino verso l'utopia kantiana della "pace perpetua", che resta nello spirito del secolo".
Basterebbe domandare al prof. Meddeb quale ruolo abbia giocato la pax kantiana, nell'ambito di decennali operazioni di bombardamento, occupazione e sfruttamento deglistessi Paesi musulmani; gli si potrebbe altresì richiedere un'analisi dell'ultimo conflitto armato promosso da un Paese a maggioranza musulmana, e cioé l'Iraq ba'athista di Saddam Hussein, laico e nazionalista, armato ed aizzato nel 1980 dai Paesi europei contro l'Iran khomenista, che invece a tutt'oggi non ha mai attuato alcuna aggressione contro i Paesi confinanti.
Il doppio standard adottato dal Corriere nei confronti degli intellettuali musulmani andrebbe studiato con sistematicità.
Tra le poche reali aperture ad un dibattito serio sulle questioni islamiche, ci furono alcuni interventi di Shirin Ebadi, benché spesso questi fossero volti più a segnalare dei problemi, piuttosto che ad indicare delle soluzioni. Per il resto, i più prestigiosi "interpreti del mondo musulmano" sono stati invece un'ex musulmana perseguitata dalla repressione tribale (Hirsi Ali), un musulmano diventato cristiano (Allam) ed, oggi, un musulmano ateo che invoca programmaticamente il "superamento del Corano".
Al contrario, Tariq Ramadan - sicuramente uno dei maggiori esponenti della comunità islamica europea, qualsiasi sia la considerazione che se ne abbia - non ha mai ottenuto alcuna riproposizione dei suoi innumerevoli interventi pubblici; al contrario, è stato fatto ripetutamente oggetto di dure critiche, miranti più a sminuirne la credibilità che a discutere le sue tesi, giungendo addirittura a recensirne negativamente un libro prim'ancora che fosse pubblicato in libreria.
A ben vedere, non sarà esagerato affermare che l'oggettiva irresponsabilità dei mezzi d'informazione rappresenta a tutti gli effetti un elemento centrale del processo di demonizzazione dell'Altro musulmano.
Nessuno oggi è in grado di dire cosa accada veramente nel segreto delle famiglie degli immigrati e delle loro decisioni riguardanti i matrimoni dei figli. Si può constatare, in molteplici paesi europei, una recrudescenza delle fughe da casa dei giovani - adolescenti o adulti - appena prima dell’estate, perché temono di essere portati al paese di origine per essere costretti a sposarsi.
In base a questa constatazione, si può aggiungere qualche dato di fatto derivante dall’esperienza in loco. I matrimoni forzati non riguardano solo le ragazze o una determinata cultura o religione - vengono praticati in Africa, Asia, America o in Europa tra gli Induisti, Buddisti, Ebrei, Cristiani e Musulmani.. - e toccano tutte le classi sociali, dai più poveri agli ambienti aristocratici delle società contemporanee.
È difficile abbattere il muro del silenzio e determinare quando si tratta di un matrimonio forzato e quando di un “matrimonio combinato”, a favore del quale il soggetto in questione ha potuto decidere ed accettare i consigli e la scelta della famiglia. A volte, la sottigliezza psicologica che accompagna i matrimoni combinati li trasforma di fatto in matrimoni forzati, e tutto ciò è inaccettabile.
Ma non tutti i matrimoni combinati sono matrimoni forzati: bisogna dunque essere prudenti, ascoltare, dialogare, accompagnare e a volte intervenire con decisione. Quando il giovane adulto maschio o femmina, si vede costretto ad agire contro i suoi sentimenti, i suoi desideri e la sua coscienza, perché obbiettivamente o psicologicamente obbligato, allora si tratterà di matrimonio forzato, che bisogna prevenire e rifiutare. E non sempre è facile.
Per quattro anni l’associazione Spior di Rotterdam ha lavorato su quest’argomento e ha organizzato incontri con i genitori, i giovani ed i responsabili religiosi, per ribadire con forza che nulla può giustificare questo genere di matrimoni. I responsabili di Spior hanno anche ribadito che non si trattava di pratiche esclusivamente musulmane, ma dato che queste cose accadevano anche in comunità musulmane e certi genitori si giustificavano in nome dell’Islam, bisognava prendere una posizione netta contro questo tradimento degli insegnamenti islamici.
Un manuale di informazione e consigli pratici (« Mano nella mano contro i matrimoni forzati ») è stato pubblicato e distribuito alle famiglie, agli operatori sociali ed ai responsabili di associazioni. Nell’ambito del mio impegno accademico e sociale presso il comune di Rotterdam, ho incontrato i responsabili di Spior e ho proposto loro di lanciare insieme una campagna europea contro i matrimoni forzati. Il manuale è stato tradotto in 8 lingue (tra cui italiano, arabo e turco) e sono stati organizzati degli incontri nelle capitali europee da Bruxelles a Berlino passando per Londra e Madrid ecc. Oggi (mar 21.10) saremo a Torino per lanciare la campagna in Italia e mobilitare l’opinione pubblica, così come i politici e i responsabili di associazioni.
Questa campagna è stata molto ben accolta da tutti e abbiamo constatato, come è accaduto in Belgio, che il consiglio degli Imam ha chiesto a questi ultimi di dedicare uno dei loro sermoni (khutuba) a questa problematica. Circa una cinquantina di loro in tutto il Paese hanno risposto all’appello, mentre un comune in particolare (Molenbeck) insieme ai media, ha gestito l’iniziativa in modo molto efficace, comprendendo che bisognava rompere questo silenzio tutti insieme.
Tuttavia abbiamo anche raccolto critiche : alcuni musulmani ci hanno rimproverato di aver stigmatizzato l’Islam e di aver parlato di un fenomeno marginale. Eppure, abbiamo ribadito che questo fenomeno non riguardava unicamente i musulmani, ma bisognava categoricamente denunciare le false giustificazioni religiose.
Il matrimonio forzato è semplicemente anti-islamico. Nessuno conosce il numero esatto di casi ma è il silenzio di piombo che copre queste pratiche che potrebbe far pensare che il fenomeno è marginale. Ci sono troppi casi e bisogna avere la dignità di parlarne.
Certi ambienti laici ci hanno rimproverato di averne fatto una questione religiosa o di voler recuperare la “loro” causa : è avvilente dover constatare che alcuni pensino che la causa dei diritti umani o del rispetto dell’integrità delle persone sia terreno di competizioni e dispute sterili. Bisogna invece lavorare insieme, e se alcuni giustificano tali pratiche in nome di una percezione distorta della religione, allora un parere religioso deve esprimersi e contestare la legittimità di queste negazioni di diritto.
Il parere religioso non è, e non può essere esclusivo, ma è necessario, come abbiamo constatato parlando con dei genitori che pensano di agire secondo i dettami islamici, con amore e per il bene dei loro figli. La questione è delicata : bisogna condannare i matrimoni forzati e le soluzioni richiedono tempo, ascolto, empatia e riconoscere l’amore dei genitori senza accettare l’usurpazione del diritto dei figli. Ed è insieme, sommando le nostre risorse e le nostre competenze, in nome dei nostri valori comuni che vinceremo questa lotta.
Qualche giorno fa ho avuto l'occasione di partecipare ad un'assemblea di cittadini, autoconvocata per discutere la possibilità che fosse edificato un luogo di culto islamico nel loro quartiere. Per i toni ed i temi espressi nell'incontro, è stata anche una delle prime occasioni in cui ho creduto di poter realmente temere i miei concittadini.
L'islamofobia è pericolosa. Le istituzioni, i media, la società civile, e forse la stessa comunità islamica stentano a rendersene pienamente conto. La preoccupante sequela di attentati a luoghi di culto e centri culturali islamici, così come l'irrefrenabile escalation di violenze a sfondo razziale, addebitano però una responsabilità oggettiva a quella retorica della discriminazione verso cui il Paese ha dimostrato una sostanziale, connivente assuefazione. Un'oggettiva responsabilità che non possiamo esimerci dal riconoscere e denunciare, nei confronti di un discorso politico che non possiamo sottrarci dal combattere ed isolare.
Ripropongo un frammento di un documentario di Claudio Lazzaro, "Camicie verdi".
In particolare, nel filmato, mi sembra importante notare l'assoluta contiguità tra le accuse che il sindaco di Treviso Gentilini - recentemente indagato per istigazione all'odio razziale, per un discorso in cui afferma di voler "eliminare i bambini che vanno a rubare" - rivolge alle moschee ed ai centri islamici, e gli anatemi che nel Medio Evo europeo furono talora indirizzati verso le sinagoghe e le comunità ebraiche, le quali furono poi sottoposte a violentissime persecuzioni.
Dovremo allora risolverci a domandare al presidente Napolitano se l'antisionismo rappresenti proprio la più insidiosa e temibile forma di antisemitismo che oggi valga la pena di denunciare con tanto vigore.
Tramite il blog di Maryam, risalgo ad un articolo di Paul Bompard tratto dal Financial Times dello scorso Agosto, ma di certo ancora attuale, di cui ripropongo una traduzione.
Miei i grassetti ed il commento a margine.
La Lega Nord italiana - il movimento populista, xenofobo, e qualche volta separatista, che è una componente chiave della coalizione di governo di Silvio Berlusconi - ha proposto una nuova legge che in pratica bloccherebbe la costruzione di nuovi luoghi di culto islamici.
Il provvedimento - che il capo dei deputati della Lega, Roberto Cota, dovrebbe presentare in parlamento la prossima settimana (all'inizio di settembre, ndt) - richiederebbe l'approvazione regionale per la costruzione delle moschee. Imporrebbe inoltre la convocazione di un referendum locale, il divieto per minareti ed altoparlanti che chiamino i fedeli alla preghiera, e l'utilizzo dell'italiano nei sermoni, invece dell'arabo.
Le possibilità che questa proposta di legge sia approvata così com'è sono poche, poiché contrasta con numerosi diritti costituzionali e non ha ottenuto l'immediato sostegno del partito dello stesso Berlusconi, Forza Italia, né del partito postfascista Alleanza Nazionale.
C'è però stato il cauto assenso del piccolo partito ultra-cattolico dell'Udc, e la proposta di una legge contro le moschee riflette indubbiamente un sentimento diffuso tra gli Italiani, secondo cui ci sarebbe bisogno di qualche difesa contro la rapida crescita della presenza Islamica. Attualmente, la popolazione musulmana in Italia è stimata attorno al milione di persone, con 258 centri islamici riconosciuti.
La Lega Nord - che teoricamente caldeggia la secessione dell'Italia settentrionale da quella centrale e meridionale - ha ottenuto più dell'8 per cento dei consensi nelle elezioni politiche dello scorso Aprile, ed ha sempre strombazzato la difesa dei valori nazionali della "razza" padana come un naturale prodotto della sua terra.
Senza fornire dettagli, Roberto Maroni, il conservatore ministro degli Interni in quota Lega, in Aprile disse anche che "i nomadi" - come gli Italiani chiamano gli Zingari, benché i più si dedichino soltanto a piccoli spostamenti - che non fossero cittadini italiani e non realizzassero le condizioni per restarre, sarebbero stati deportati nei loro "Paesi d'origine".
La Lega ha capitalizzato un'ondata di xenofobia, paura per i crimini commessi da stranieri, e preoccupazione per gl'immigrati irregolari, che ha fatto molto per aiutare la coalizione di Berlusconi a vincere le elezioni.
Commentando l'articolo del FT, il sito di informazione Islamonline.net ha poi appuntato alcune ulteriori osservazioni, sui musulmani in Italia e sull'identità leghista.
[..] I musulmani stanno già incontrando diverse difficoltà per ottenere l'approvazione per la costruzione di moschee, ben prima di questa nuova legge. I cittadini di Genova protestarono lo scorso Settembre, per il piano di costruzione di una moschea in città, reclamando che sarebbe stato offensivo per la sua vicinanza ad una chiesa. Nella paese di Colle Val d'Elsa, molti cittadini vedono una moschea in fase di costruzione come un simbolo di "occupazione". Le autorità italiane si sono piegate alle pressioni di gruppi di destra ed hanno abbandonato i piani di costruzione di una moschea a Bologna.
La Lega Nord è apertamente accusata di razzismo, e molti critici la chiamano "il BNP d'Italia", un riferimento al partito inglese di estrema destra. La sua campagna elettorale si è giocata sui temi dell'immigrazione, del crimine, e delle paure economiche e culturali connesse con l'immigrazione. Presentandosi come difensore delle radici cristiane dell'Italia, cominciò a Maggio la sua opera nel nuovo governo chiudendo una moschea nella città di Verona. Lo scorso settembre, la Lega celebrò il successo della sua campagna per bloccare la costruzione di una moschea nella città di Bologna. L'8 Agosto, il dirigente della Lega Mario Borghezio irruppe in una chiesa nella città di Genova proclamando slogan islamofobi: ha giurato di "continuare la lotta dei Cavalieri dell'Ordine di Malta per difendere la Cristianità". [...]
L'intellighenzia leghista si muove sull'equilibrio precario tra efficienza amministrativa - soprattutto a livello locale - e retorica xenofoba. Questa evoca il consenso che quella consolida. Si tratta di un circuito vincolante, da cui la Lega non può uscire: essa nasce contrappositiva, e nel nemico esterno - nel Federico Barbarossa di turno: Roma, i meridionali, gl'immigrati, l'Islam - riconosce la sua intima, imprescindibile ragion d'essere. Il mitologema leghista si nutre dell'epica del Carroccio; l'ordinaria contabilità amministrativa è lo sfondo necessario ad una primaria narrazione neocampanilista.
Come già annotammo, generalmente la retorica del conflitto si fa tanto più acuta quanto più scarsa è l'efficienza realpolitica. Così come il Partito Repubblicano statunitense esalta la centralità della sicurezza nazionale per celare i suoi fallimenti in politica interna, allora, allo stesso modo la Lega annuncia una legge anti-moschee proprio nel momento in cui gli enti locali definiscono la "sua" riforma federale "un'araba fenice".
Il successo politico della Lega, d'altra parte, è correlato all'intrinseco provincialismo della classe politica italiana, per cui la stampa estera può frequentemente rilevare una vergognosa confusione tra osteria ed istituzione. E' in quest'ottica e con questo spirito che, in diverse occasioni, tra vilipendi alla bandiera ed all'inno nazionale, minacce di rivolte armate e disordini di piazza, e la definizione dei cittadini musulmani come "un tumore da estirpare", le criminogene boutades di alcuni leaders hanno incontrato soltanto una sospirosa alzata di spalle, o tutt'al più un'indignazione di giornata, quando non proprio un'assuefatta indifferenza.
Ma se per alcuni esponenti politici l'unico orizzonte internazionale è quello di un raduno estremista continentale in cui si gareggia a spararla più grossa, quanto tempo ancora la società civile italiana potrà invece tacitamente acconsentire a che una delle minacce più serie all'immagine del Paese sia proprio la possibilità che i suoi dirigenti politici siano davvero presi sul serio?
Recentemente il Pentagono ha formulato le accuse nei confronti di 6 prigionieri di Guantanamo sospettati di essere direttamente coinvolti negli attacchi dell’11 settembre. Ciò significa che ad attenderli c’è la pena di morte.
Fin qui non vi è nulla di nuovo, malgrado le aspre critiche rivolte contro i tribunali militari di Guantanamo che hanno formulato le accuse. Essi rappresentano i primi tribunali americani per crimini di guerra dai tempi della seconda guerra mondiale, ed operano in base ad una legge approvata dal Congresso nel 2006, dopo che la Suprema Corte americana li aveva abrogati nella loro forma iniziale.
A destare stupore è invece ciò che è emerso dalle motivazioni dell’accusa, dalle dichiarazioni di alcuni responsabili americani a margine di questo evento, e dalla copertura che di esso hanno dato i mezzi di informazione. Tutte queste reazioni hanno messo in evidenza che la visione americana del fenomeno terroristico internazionale – imprescindibilmente legato, secondo Washington, al “revival islamico” – non è cambiata, malgrado i difetti e le lacune che questa visione unilaterale ha dimostrato nella realtà dei fatti.
Dopo la svolta rappresentata dall’11 settembre, tre diverse versioni dell’interpretazione – occidentale in generale, ed americana in particolare – dell’ascesa del “fenomeno islamico” in Medio Oriente hanno reciprocamente lottato per affermarsi. Queste tre versioni, ciascuna caratterizzata da numerose lacune, riguardavano essenzialmente l’aspetto internazionale del fenomeno islamico, e delle sue manifestazioni distribuite più o meno su tutti e cinque i continenti sotto forma di una sfida alla più grande potenza economica e militare del mondo: gli Stati Uniti. Tale sfida era lanciata a più livelli, che si estendevano dal piano dei valori a quello delle politiche, e dal comportamento quotidiano alle strategie di lungo periodo.
La prima di queste tre versioni interpretative guardava al fenomeno terroristico di matrice islamica come ad una reazione alle esplicite politiche di Washington a sostegno di Israele – politiche che allo stesso tempo continuavano ad erodere i diritti degli arabi, se non addirittura ad umiliarli. Noam Chomsky era alla testa di coloro che avevano abbracciato questa visione.
La seconda versione parlava del “revival islamico” come del nocciolo di uno “scontro di civiltà” fra musulmani e Occidente. Samuel Huntington guidava coloro che seguivano questo orientamento, le cui “quotazioni” crebbero enormemente dopo gli attacchi terroristici di New York e Washington. Tale orientamento si fondava largamente sulla teoria dei due avversari irriducibili, gli Stati Uniti ed al-Qaeda, i quali dopo l’11 settembre sembravano corrispondersi perfettamente, nel momento in cui Bush parlava di “crociata” e Osama bin Laden ripeteva il suo discorso abituale sulla “guerra ai crociati”.
La terza versione considerava il “revival islamico” come una reazione culturale e psicologica – collegata ad ambienti politici, sociali, ed economici molto ampi – alla “modernità”, di cui l’Occidente era portatore e con cui aveva scosso gli ultimi residui del passato, in Medio Oriente e non solo. Paul Berman difese questa interpretazione delle presunte ragioni alla base del livello di tensione raggiunto fra l’ala violenta del “risveglio islamico” da un lato, e l’Occidente – ed in particolare gli Stati Uniti – dall’altro.
Queste interpretazioni erano state costruite essenzialmente sulla base dell’analisi dei discorsi dei leader di al-Qaeda prima e dopo l’11 settembre, e, pur dando spazio ad ipotesi stravaganti, facevano ogni sforzo per cercare di spiegare le cause dell’ascesa del fenomeno islamico, nei suoi due aspetti moderato e estremistico. Tali interpretazioni, tuttavia, non sono riuscite ad offrire delle risposte complessive e soddisfacenti a questo proposito.
In realtà, lo “shock della modernità”, lo “scontro di civiltà”, e la “vendetta contro gli Stati Uniti” non sono sufficienti a spiegare le reali motivazioni che hanno spinto Osama bin Laden, Ayman al-Zawahiri, ed i loro seguaci ad incamminarsi sulla strada dello scontro con gli Stati Uniti.
Per quanto riguarda bin Laden, in particolare, questa terna di condizioni esisteva già quando egli era apparentemente un alleato degli Stati Uniti ai tempi del “jihad” contro l’Unione Sovietica in Afghanistan. Al-Zawahiri, dal canto suo, rimase impegnato per decenni a combattere il “nemico vicino”, ovvero il regime al potere in Egitto, e la sua posizione riguardo agli Stati Uniti non andava al di là di un forte risentimento psicologico derivante dall’aperto sostegno dato da Washington ad Israele da un lato, ed al regime egiziano dall’altro.
Senza dubbio, le politiche americane nettamente favorevoli ad Israele, ed ingiuste nei confronti degli arabi, hanno alimentato sentimenti di rancore in molti gruppi islamici di orientamento radicale o conservatore, ed hanno contribuito, insieme all’oppressione ed alla tirannia dei regimi arabi al potere, a spingere alcune fazioni del movimento islamico verso l’adozione della violenza, e poi verso la sua esportazione “all’estero” anche per quanto riguarda la definizione degli obiettivi, o – per essere più precisi – l’individuazione del “nemico”.
Ma vi è anche chi ha parlato di alcune caratteristiche strutturali che avrebbero spinto il settore più ampio del movimento islamico – soprattutto quello che assunse una dimensione internazionale – a proporsi come “alternativa strategica” ai poteri dominanti, sia a livello di ciascun paese arabo-islamico, sia a livello internazionale in qualità di forza mondiale alternativa e contrapposta.
L’Islam è infatti una “religione mondiale”, ed il suo testo fondante – il Corano – stabilisce dei concetti di natura “sovranazionale”, che vanno al di là dei confini rappresentati dal colore della pelle, dal sesso, dalla lingua, dal tempo e dallo spazio, facendo sì che l’unico criterio di distinzione fra gli uomini sia la “devozione a Dio”. L’Islam esorta alla “predicazione” – ovvero all’annuncio ed alla diffusione della religione islamica – ed al “jihad”, ovvero a resistere a qualsiasi aggressione rivolta contro i musulmani ovunque si trovino ed a proteggere le frontiere degli stati islamici.
Tale caratteristica strutturale ha determinato, nelle circostanze attualmente esistenti a livello mondiale, le condizioni che hanno spinto al-Qaeda a combattere il “nemico lontano”, ovvero gli Stati Uniti. Tale caratteristica, tuttavia, non produce di per sé – come invece ritengono alcuni ricercatori ed alcuni politici in Occidente – una violenza spontanea o organizzata.
Questa stessa caratteristica è infatti radicata nelle menti e nei cuori di tutti i musulmani, ma la stragrande maggioranza di essi non ha seguito la strada di al-Qaeda e dei gruppi estremisti che hanno fatto dell’Islam il loro slogan politico. Dunque, le tesi dello “scontro di civiltà”, che equivalgono ad identificare l’intero mondo islamico, senza alcun fondamento o giustificazione, come il “nemico”, non offriranno una soluzione efficace al problema del terrorismo, e non garantiranno la sicurezza degli Stati Uniti, né permetteranno a Washington di convincere il mondo che gli Stati Uniti sono il “timoniere della globalizzazione”.
La soluzione efficace consiste invece in un insieme di provvedimenti integrati, il primo dei quali deve essere la rinuncia degli Stati Uniti ad appoggiare l’aggressione israeliana al popolo palestinese, ed un impegno serio a dare soluzione all’annosa questione che riguarda questo popolo. Il secondo passo deve consistere nella rinuncia di Washington a sostenere regimi di governo non democratici nel mondo arabo, permettendo così un cambiamento politico ed un rinnovamento sociale dall’interno, che ponga fine all’impasse causata da questi regimi. Tale impasse ha suscitato, fra l’altro, un odio crescente nei confronti degli Stati Uniti, i quali sono stati considerati, nella letteratura delle avanguardie del movimento islamico, come i sostenitori e gli alleati di quei governi che reprimevano e schiacciavano tale movimento – una visione, questa, che è tuttora predominante.
Da ciò segue la necessità di aprire la strada ad un coinvolgimento e ad un’inclusione del movimento islamico, e non al suo allontanamento ed alla sua condanna, come invece accade ora. E’ questa la condizione per far sì che esso rinunci del tutto alla violenza, sia sul fronte interno che all’estero, e che riconosca e accetti le regole di un governo di carattere civile, fondato sull’alternanza al potere e sul rispetto della libertà di espressione.
Il terzo passo da compiere è quello di “approfondire la conoscenza della religione islamica”, invece di emarginarla o di combatterla – scelta, quest’ultima, che significherebbe andare incontro ad una furiosa resistenza. L’approfondimento di questa conoscenza deve essere affidato a religiosi e giurisperiti musulmani moderati che godano del sostegno della gente, e che siano all’altezza delle sfide del nostro tempo, e non da figure imposte dall’estero con la richiesta implicita di modificare i metodi dell’insegnamento religioso.
Ammar Ali Hassan
direttore del Centro di Studi e Ricerche sul Medio Oriente, con sede al Cairo
Titolo originale:
التفسير الأميركي الضيق لظاهرة الإره
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Non è il tempo degli artisti. E' il tempo dello scontro e della paura. Il tempo che soffoca gli artisti. Hani Abu Assad, il regista-rivelazione di Paradise Now, attende che passi la tempesta, che passino i tempi duri, perchè l'arte ritrovi il suo posto.
Il Medio Oriente non ha smesso di essere un campo di battaglia, e parole come pace, riconciliazione, giustizia, sono considerate, da chi vive da queste parti, gli involucri vuoti da usare sotto i riflettori dei vertici, delle strette di mano, dei sorrisi di circostanza.
"Siamo tutti falliti: noi artisti, voi giornalisti. Anche le Nazioni Unite", dice nella sua ampia e semplice casa di famiglia a Nazareth, Galilea, cuore della consistente minoranza araba d'Israele. "Il Potere ha deciso che non c'è spazio, ora, per l'arte, per la moderazione, per il pacifismo. C'è solo spazio per lo scontro, la manipolazione e le paure irreali. E in una situazione del genere, qualsiasi cosa si faccia, è senza peso. Il Potere non ha bisogno di noi, artisti o anche giornalisti o testimoni. E' il tempo dei muscoli e della lotta, e i ruoli come i nostri sono marginali: siamo esclusi, almeno nel breve termine, dall'aver peso nelle decisioni politiche che, pure, riguardano tutti noi."
Sorprende che il senso d'impotenza tocchi un regista come Abu Assad, che è riuscito a portare un tema-scandalo come quello degli attentati suicidi, del conflitto israelo-palestinese, nel tempio di Hollywood. Nella cinquina per il migliore film straniero negli Oscar del 2006, Golden Globe lo stesso anno. Un successo accompagnato da una pletora di premi americani, europei, arabi.
"Sì, non mi sarei aspettato di vincere così tanto. E di essere scarrozzato in limousine. Un contrasto feroce con la realtà della Cisgiordania, di Nablus, dove Paradise Now è stato girato, e dove per sei mesi ho messo in pericolo ogni giorno la mia vita e quella della troupe."
Per Hani Abu Assad, dunque, questo non è il tempo degli artisti, anche se il grande salto nel cinema di Hollywood, il regista palestinese lo ha fatto: sta girando un film con Nicholas Cage, ambientato a Berlino, che parla di un padre alla ricerca di suo figlio, dato per disperso.
"Sto girando anche un corto di tre minuti per l'Onu, per celebrare la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, assieme ad altri 22 registi di tutto il mondo. Girerò sul "diritto alla partecipazione", che - come sempre faccio - descriverò in maniera tragicomica".
Tragicomico è anche il commento di un uomo che, proprio grazie all'exploit di Paradise Now, nel 2007, è stato messo al quarto posto tra i cento arabi più influenti. "Altro che celebrare la Dichiarazione Universale. Dovremmo, invece, celebrarne il suo funerale". E spiega. "Guardi il Muro, in Cisgiordania: è la fine dei diritti umani. Non è solo disconnettere, separare gli uomini dagli uomini, ma gli animali, il ciclo stesso della natura. Quando si dimenticano i diritti umani in nome della lotta al terrorismo, allora si va sempre più indietro, indietro, indietro, sino a che si arriva al disastro. All'immane disastro in mezzo al quale già ci troviamo".
E allora, che spazio c'è, per uno come lui, passaporto israeliano, tanti anni trascorsi in Olanda e una formazione cinematografica europea, che parla della sua identità palestinese come di un "caso che non riguarda Israele e Palestina, ma che riguarda il principio di non esclusione, il diritto all'eguaglianza ed alla condivisione"?
"L'unica cosa che posso fare è continuare il mio lavoro di regista, a girare film che rimangano nella storia", dice. "La mia unica speranza di regista palestinese è che queste mie storie diventino una sorta di metafora della tragedia reale, che è grande e complessa. Iniziata in Europa, con il crimine commesso sugli ebrei, con il risveglio dell'Europa e la consapevolezza di quel crimine, che ha portato l'Europa a commetterne un altro. Creando uno Stato ebraico senza prendere in considerazione il fatto che ci fosse un altro popolo, quello palestinese, che viveva qui. Risultato: una parte dell'Europa adesso si sente doppiamente in colpa".
Dal conflitto, dunque, non si scappa. Come se sugli artisti palestinesi gravasse un destino tutto particolare, quello di fare arte solo attorno alla propria questione politica. Una sorta di gabbia senza uscite.
"Ma io sono parte di questa tragedia. E non si può fuggire dalla propria esperienza, a meno che non si voglia fare solo spettacolo", spiega senza enfasi. "Io voglio fare arte, e l'arte è ciò che ti tocca da vicino: cioé la mia tragedia. La faccia dominante dell'arte palestinese, è vero, è chiusa nella trappola dell'autocommiserazione, che non fa trascendere la propria arte e la rende universale. Piena di significati più complessi che non siano solo la propria sofferenza. E guardare gli altri che soffrono provoca pietà nello spettatore. Non fa sentire, invece, che gli altri sono eguali a noi."
Sa che le cose che dice in Europa possono non essere considerate moderate.
"Ma chi s'arroga il diritto di decidere, anche per me, cos'è moderato, razionale, oppure - al contrario - cos'è intransigente? Ora le spiego quanto io sia moderato, nelle mie posizioni. Sulla mia terra, la terra della mia famiglia, vive una famiglia di israeliani ebrei. Ebbene, su quella terra, la mia terra, possono rimanere per sempre. Ma da eguali. Non da persone superiori a me."
Un lungo periodo di silenzio corrisponde spesso ad un certo periodo di riflessione. Questo naturalmente non dovrebbe interessare nessuno, come non dovrebbe interessare la centralità della questione palestinese, in questo periodo di tanti pensieri e poche parole.
Quel che credo possa interessare lo riporto di seguito, augurandomi che apra uno spiraglio al sottoscritto, per recuperare una voce che ad altri è preliminarmente negata.