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nel Nome d'Iddio
l'Onnimisericordioso
il Clementissimo

La devozione
non consiste nel volgere i volti
verso l'oriente o l'occidente.

Devoto
è colui che crede in Dio e nel Giorno Ultimo,
negli angeli,
nel Libro e nei profeti;
colui che dà del proprio,
nel Suo Amore,
ai parenti, agli orfani, ai poveri,
ai viandanti, ai mendicanti
e per liberare gli schiavi;
colui che s'accosta alla preghiera
e purifica i propri beni
nell'elargizione.

E quelli che mantengono gli impegni presi,
quelli che sono pazienti
nelle avversità, nella malattia,
nel momento dello sconforto.
Ecco coloro che sono veritieri,
ecco i devoti.

O Eterno,
chi potrà dimorare
nella Tua tenda,
chi potrà abitare
sul Tuo santo monte?

Colui che procede integro
e opera con giustizia,
che dice la verità che è nel suo cuore,
non calunnia con la sua lingua,
né fa male contro il suo prossimo
o getta infamia con le proprie azioni
contro il suo vicino.

Ai suoi occhi
il malvagio è spregevole,
mentre onora
coloro che temono l'Eterno.
Non ritratta
anche se ha giurato
a proprio danno.
Egli non dà in usura il proprio denaro
né accetta doni di corruzione
contro l'innocente;
Chi si comporta così
non vacillerà mai.

E' solo per il Signore
che l'anima mia attende
silenziosa;
da Lui soltanto
può venire la mia salvezza.
Lui solo
è mia roccia e mia salvezza,
Lui è la mia fortezza:
non vacillerò mai tanto!

Fino a quando voi
complotterete slealmente
contro l'uomo?
Possiate tutti voi
essere abbattuti
come muro pericolante
o recinto inclinato.
Solo a causa della loro alterigia
essi tramano per farmi cadere;
amano raccontar menzogna.
Benedicono con la bocca
e maledicono col cuore.

Però l'anima mia attende
silenziosa
il Signore soltanto
perchè è da Lui
che sgorga la mia speranza.
Lui solo
è mia roccia e mia salvezza,
Lui è la mia fortezza:
non vacillerò!
Dal Signore dipende
la mia salvezza e la mia gloria,
la roccia del mio vigore:
il mio rifugio è nel Signore!

Abbiate fede in Lui,
in qualsiasi momento, oh popolo,
aprite il vostro cuore di fronte a Lui!
Il Signore è per noi un rifugio per sempre.
Nient'altro che vanità fidarsi degli esseri umani
e gli uomini di alto rango son menzogneri!
Messi sulla bilancia s'alzan leggeri:
tutti insieme pesano meno del nulla.
No, non affidatevi alla violenza,
né sperate vanamente
nelle rapine!
Anche quando le ricchezze
dovessero prosperare
non attribuitegli importanza!

Una volta parlò il Signore,
due volte L'ascoltai:
la Potenza appartiene a Dio
e Tuo, o mio Signore,
è l'Amore;
Tu rendi a ciascuno
secondo le sue opere.

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mercoledì, 05 dicembre 2007
Phoenix dactylifera

Una documentata riflessione circa il rapporto fra tradizione islamica e natura m'invoglia a stendere un breve appunto sulla phoenix dactylifera, cioé la palma da dattero.
E' stato ben notato, infatti, come essa rappresenti una sorta di corrispettivo vegetale della creatura umana, tanto che sarebbe stata creata a partire dall'argilla avanzata dalla creazione di Adamo; secondo un detto profetico raccolto dal Bukhari, "Fra gli alberi ve n'é uno che è l'emblema del musulmano, e questo è la palma". Echeggiando la rettitudine (istiqama) del credente, essa rammenta il versetto coranico per cui:

"Non hai visto come Dio propone in parabola una bellissima Parola?
Essa è come un magnifico albero la cui radice è solida, i rami nel cielo ed i frutti abbondanti in ogni stagione, col permesso del suo Signore
" (XIV:24-5)

Essa è stata considerata come un simbolo privilegiato dell'attività spirituale; il Profeta, inoltre, era solito appoggiarsi ad una palma da dattero, durante i suoi sermoni, e si racconta che i Compagni ne sentirono i singhiozzi quand'egli smise. di farlo. Beneficia perciò di uno stato di semisacralità, che ne inibisce la distruzione, considerando questa un presentimento della collera divina, nonché della relativa punizione. Non si è dunque autorizzati a tagliarne, se non per speciale ordine di Dio, come durante l'assedio del Profeta alle fortezze dei Bani Nadir (LIX:5).
Non sfuggirà, in tal senso, il simbolismo e la dialettica che intercorre tra l'oasi palmizia e la desertica via carovaniera. Sembra appropriato rammentare, ad esempio, che la Legge religiosa prevede che la distanza tra la sede di un qadi - giurisperito con responsabilità di giudice per una determinata regione - e quella di un altro non sia superiore alla giornata di cammino. La medesima shari'a, d'altronde, rimanda originariamente ad un cammino verso una sorgente d'acqua.

Le citazioni coraniche sono, d'altra parte, numerose. Designata sia col singolare nakhla (XIX:23 e 25), sia con il collettivo nakhl (VI:99 e 141; XVIII:32) sia con il plurale nakhil (II:266; XIII:4), essa è un indizio eccellente dell'opera della Misericordia divina, ed è spesso considerata nelle diverse parti da cui è formata e per i molteplici impieghi cui queste erano destinate.

E' il suo frutto, in particolare, il dattero, a sintetizzare alcune delle caratteristiche più essenziali. Datteri sempre freschi e maturi (jana) si troveranno in Paradiso (LV:54) e grappoli bassi di datteri (qinwan) dimostrano l'abbondante generosità di Dio. La pellicola che avvolge il dattero (naqir) è una metafora della garanzia che proteggerà i credenti nell'Aldilà (IV:49 e 124) ed un esempio della miseria degli avidi (IV:53), nonché un termine di paragone per l'impotenza degl'idoli (qitmir, XXXV:53).
Datteri furono mangiati da Maria durante il parto di Gesù (XIX:24-6), ed il Profeta stesso era solito mangiare sette datteri al mattino, nonché rompere con un dattero il quotidiano digiuno del mese di Ramadan.

Vi è inoltre una discreta letteratura sulla palma da dattero come elemento di nostalgia per gli esuli arabi nelle terre conquistate durante il periodo della rapida espansione islamica. In Andalusia, ad esempio, essa incarnava il ricordo ben vivido di una patria lasciata in tempi relativamente recenti, per motivi militari, opportunità commerciali o persecuzioni politiche. Così ne parlava 'Abd ar-Rahman, emigrato omayyade a Cordoba nel 756, fuggito alla repressione 'abbaside:
"Nel mezzo di ar-Rusafa ci apparve una palma, lontana, in terra d'Occidente, dal paese delle palme. Io (le) dissi: "Tu mi sei simile nell'esilio, nella lontananza e nel lungo percorso che mi separano dai miei figli e dalla mia famiglia". (Le Palmier en Espagne musulmane, pg. 226)

Le sorti del Palmeto di Marrakech, drammaticamente ricordate nell'articolo cui faccio riferimento, rappresentano un'incognita aperta ed incombente su tutto il processo di cementificazione del mondo arabo-musulmano. E' lecito attendersi, purtroppo, che nuovi 'Abd ar-Rahman si ergano presto, numerosi, dinanzi a singoli arbusti, fantasticando di luoghi che vanno allontanandosi nel tempo e nella memoria, prim'ancora che nello spazio.

Postato da: abdannur a 01:58 | link | commenti (5)
divagazioni e sollazzi, quran al-karim, appunti islamici, tradizioni del profeta muhammad

mercoledì, 05 settembre 2007
XXXIII:59: 'Jalabib' tra Testo e storia

Riporto quasi integralmente la prima parte di un contributo del fratello Yusuf, stilato tra i commenti del blog di una carissima sorella. Si tratta di un'informatissima analisi dei versetti coranici XXXIII:59 e XXIV:31, in merito alla normatività del velo femminile nella tradizione islamica, esemplare per competenza linguistica e preparazione storica, nonché per lo scrupolo ermeneutico che muove il suo autore.
Dividerò per ordine e comodità l'intervento in due contributi separati, concernenti i due singoli versetti, comprensibili separatamente benchè strutturati in un solo discorso coerente. L'Altissimo renda merito al fratello per la sua preparazione e disponibilità, che non possiamo che augurarci sia ancora rinnovata nel prossimo futuro.


Il tenore di questo contributo vuole essere prettamente linguistico e, segnatamente, focalizzato sullo studio filologico - e dove occorra anche paleografico e glottologico - del Testo coranico. L'intento è quello di ricostruire una lettura semantica del testo che sia quanto più possibile vicina al suo significato originario, evitando che al significato del testo così come letteralmente appare si sovrappongano interpretazioni il cui fondamento non è filologico, ma, semmai, ideologico.

Va rimarcato che se da un lato, ovviamente, le distorsioni interpretative tendono ad amplificarsi con la traduzione in lingue diverse dall'arabo, dall'altro lato coloro che sono in grado di leggere il testo direttamente nella lingua originale possono incorrere anch'essi in letture distorsive qualora non tengano conto che tra l'arabo coranico e l'arabo classico - che pure è stato modellato sull'arabo coranico tra il primo ed il terzo secolo dell'era dell'Islam - sussistono differenze di natura lessicale non dissimili a quelle che possono esistere all'interno di una medesima lingua tra testi che distano tra loro uno, due o tre secoli.

Visto il particolare argomento, tengo comunque nondimeno a ribadire, prima di proseguire, che a prescindere da quello che leggo io in Al-Ahzab:59 e in An-Nur:31 è indiscutibile che a tutte le sorelle che si rifanno ad altre interpretazioni, secondo alcuni più antiche e tradizionali - sull'antichità e sulla tradizionalità di tali interpretazioni farò però una postilla finale con alcune considerazioni in coda agli argomenti principali - vada il mio incondizionato e assoluto rispetto. E' a loro e solo a loro, infatti, che spetta la decisione in merito a come dare manifestazione alla loro devozione attraverso il loro abbigliamento, e quanto io posso pensare al riguardo, naturalmente, si ferma alla mera discussione accademica: nulla vale, per dirla in breve, la mia opinione all'atto pratico visto che nulla, tra l'altro, potrei dire di una pratica devozionale come il velo tradizionale che è sicuramente e perfettamente pia a prescindere dalla sua origine.
Checché io pensi di questo particolare argomento, quindi, sottolineo che sono in ogni caso e doverosamente dalla loro parte a difendere le loro libere scelte ed opinioni in materia da chiunque le opponga.
Premesso ciò, vengo alle questioni strettamente linguistiche.


Vediamo innanzitutto come viene tradotto di regola in lingua italiana Al-Ahzab:59.

"O Profeta, di' alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi dei loro veli, così da essere riconosciute e non essere molestate . Allah è Perdonatore, Misericordioso"
(sic, testualmente, nella traduzione di Hamza Piccardo, secondo la revisione dottrinale dell'UCOII)

Mi consta che pressoché tutti i musulmani italiani leggano così, in questa stessa forma e in questo stesso senso, il versetto 59 di Al-Ahzab. Peraltro appare pacifico dalla traduzione di Piccardo che sia in Al-Ahzab:59 sia in An-Nur:31 si stia parlando dello stesso indumento, ossia del cosiddetto "velo islamico", c'est a dire - per chi fosse poco familiare con l'argomento - un velo atto, secondo la pratica devozionale musulmana tradizionale, a coprire il capo femminile, e con esso i capelli ed il collo lasciando in genere scoperto il viso, che può essere a sua volta velato da un diverso indumento (niqab).
Siffatto divisamento - sempre per chi fosse poco familiare con l'argomento - è comunemente noto anche sotto il nome di "hijab" sensu strictiori, essendo per tradizione lo "hijab" sensu lato, invece, il divisamento completo, ispirato a modestia, con cui tradizionalmente la credente devota si riveste da capo a piedi.

Tuttavia, l'uso corrente del termine "hijab" e di "velo islamico", sia da parte dei non musulmani che dei musulmani, equivale di solito a quello sensu strictiori di indumento a copertura del capo e del collo, con il quale si possano peraltro indossare anche i più consueti indumenti occidentali, come i comuni pantaloni jeans, purché non contrari a modestia e decenza.

Precisato come sopra il nostro universo semantico, che in Al-Ahzab:59 si stia parlando di un velo sul capo mi pare però sia cosa insostenibile; vediamo le mie ragioni venendo al testo arabo - che, redendomi conto della difficoltà di molti lettori a leggere la grafia araba per semplicità, presenterò translitterato:
Ya ayuha annabiyy qulli azwajika wabanatika wannisa almuminin yudnina alayhinna min jalabib hinna dhalika adnaan yurafna fa laa yudhayn wa kana Allahu Ghafur Rahim

La parola che ci interessa è "jalabib", poiché è quella che Piccardo traduce con "veli": si tratta del plurale della parola "jilbab" - o "jilbaab" a seconda della resa in translitterazione, in arabo جلباب. Il che, naturalmente, fa sorgere la questione di che cosa sia mai un "jilbab".

Dalla traduzione italiana non sembra che vi sia dubbio che si tratti di un "velo". Il fatto è che, innanzi tutto, la traduzione italiana è l'unica che io conosca - a parte una francese che fino a qualche tempo fa distribuiva il Ministero Saudita per gli Affari Islamici - che traduce "jalabib" con "veli". Le traduzioni più autorevoli nelle altre lingue occidentali correnti, ad esempio quelle in inglese di Yusuf Ali, di Pickthall e di Shakir - approvate negli anni '30 nientemeno che dalla Università Al-Azhar del Cairo, da oltre un millennio (addirittura dal X secolo dell'era cristiana) il più prestigioso centro di studi islamici del mondo in attività ininterrotta - traducono rispettivamente "outer garments" ("sopravvesti/soprabiti"), "cloaks" (mantelli) e "over-garments" (sopravvesti).

Come si può notare prima ancora di analizzare l'etimologia di "jilbab" le traduzioni occidentali classiche accademicamente approvate dal XVIII fino agli anni '20 e '30 del XX secolo non menzionano pertanto alcun indumento che faccia pensare a un velo, e tantomeno a un velo che scenda dal capo ad un qualche dove.

Ciò ha peraltro una piena giustificazione etimologica: la radice "j/g*(l)*b*(h)" (a beneficio dei non arabofoni rappresento con * gli eventuali suoni vocalici poiché l'arabo originario come noto è un "abjad" cioè una lingua dall'alfabeto solo consonantico, mentre l'arabo classico e l'arabo standard moderno sono abjad parziali in quanto, opzionalmente, possono indicare in tutto o in parte i suoni vocalici mediante segni diacritici detti "harakat") è la stessa in "jilbab"/"jallayeh"/"jubbah"(da cui l'italiano "giubba")/"jalabiyah"/"galabeya" parole che tra l'altro indicano capi di vestiario indifferentemente maschili o femminili.
In ogni caso, sia i capi femminili che maschili cui si riferiscono queste parole nell'attuale uso corrente indicano una sopravveste - ossia un indumento che si indossa sopra una veste, una sottoveste o sopra gli indumenti intimi - di concezione simile sia per gli uomini che per le donne, ma che in nessuno dei due casi - e per gli uomini tantomeno - vela il capo o ne discende.

Visto che è un capo che si vende tuttora, si può anche, a riprova di tutto ciò, vedere come è fatto un jilbab, ad esempio qui dove si può consultare il catalogo di una ditta egiziana specializzata - si può notare dal catalogo che la parola "galabeya" del dialetto arabo che si parla in Egitto, etimologicamente e semanticamente equivalente a "jilbab", indica, come già detto, indifferentemente una sopravveste maschile o femminile.
Per chi possa pensare che il rivenditore nordafricano intenda per "jilbab" qualcosa di diverso rispetto a quel che si intende nella penisola arabica dove l'Islam è nato - e dove, soprattutto, l'attenersi all'abbigliamento tradizionale è norma che viene di regola fatta rigorosamente rispettare dalle forze di polizia preposte al buoncostume (mutawain) che vietano l'uso e il commercio di abbigliamento non conforme - può ricredersi consultando il catalogo di questo rivenditore saudita.
Come mostrano le immagini di entrambi cataloghi, il "jilbab" tradizionale non ha niente a che fare con un copricapo, e tantomeno con "un particolare tipo di velo che copre interamente la donna dall’ alto in basso ". Si tratta, invece, di una sopravveste in forma di tunica a maniche lunghe che scende dalle spalle alle gambe, di fattura similare ad analoghi capi maschili indicati con termini etimologicamente correlati, e che naturalmente non copre né il capo né le mani.

A questo punto, mi si potrebbe obiettare che esiste un capo di uso corrente nel medio oriente dalla Palestina ai Paesi della penisola arabica che effettivamente, in un pezzo unico, copre capo e corpo e che colloquialmente, viene talora anche indicato come "jilbab", è spesso completo di niqab ed è di regola di un colore austero, più frequentemente nero, ossia questo:

Il nome preciso di questo capo è "abaya", termine dall'etimo incerto ma dai più ritenuto originatosi per tmesi da "(gal)abaya" equivalente a "galabeya" nel dialetto di Diriyah, la città originaria della dinastia al-Saud, non prima della seconda metà del XVIII secolo dell'era cristiana, ossia relativamente di recente. Il termine indicava in origine un abito dello stesso genere del "jilbab" visto innanzi, ossia privo di velo sul capo integrato e non necessariamente nero, e per la verità va detto che lo indica tuttora anche per gli stessi sauditi, essendo l'abaya nero dotato di velo integrato in un pezzo unico, o in due pezzi con velo nero o bianco, nient'altro che una variante assai recente dell'abaya standard, cioè, che mi consti, mai apparsa prima degli anni '30 del XX secolo - ossia mai prima della presa di potere definitiva degli al-Saud nel 1932 - e diffusasi al di fuori dell'Arabia Saudita essenzialmente dopo la seconda guerra mondiale.

Si tratta comunque di una variante di successo, che, se qualcuno può anche insinuare che venga indossata in Arabia Saudita perché gradita al governo - cosa che posso assicurare non è così, tanto è vero che basta guardare cosa vendono i rivenditori sauditi di capi di abbigliamento facendo un giro sul catalogo del sito che ho indicato - all'estero è diventata di moda specie dagli anni '60 in poi per la ragione opposta, cioè - specie in Palestina - per contrapporsi al governo locale e manifestare la propria appartenenza all'Islam. Credo che tutti abbiano visto immagini come queste del 2003 di donne e ragazze arabe palestinesi.
Tuttavia questo modo di vestire non è affatto quello tradizionale e, come dicevo, è recente: basti vedere come vestivano le donne e le ragazze arabo-palestinesi tra la fine del secolo XIX e l'inizio del XX. Stesso discorso si può fare anche per gli abiti tradizionali dei paesi della penisola arabica, come il Qatar o il Bahrein nei cui abiti tradizionali lo jalabib non è affatto un copricapo, e neppure tra i nomadi beduini yemeniti, siriani o giordani.




 






                                           
Torniamo però ora alla sopravveste. Come si vede, le considerazioni fatte su basi linguistiche, storiche e di costume non supportano che il "jilbab" sia qualcosa che si mette in testa e/o che scenda dalla testa. Per 14 secoli fino ad oggi, infatti, le donne arabe musulmane hanno vestito e vestono jalabib in forma di tunica a maniche lunghe che non include alcun copricapo, tranne, come detto, in una variante saudita (abaya) che ha una sotto-variante in pezzo unico che include anche il copricapo, ma che risulta non avere più di 80 anni di storia alle spalle ed è sconosciuta anteriormente agli anni '30.


La sopravveste, di per sé, presuppone comunque che si copra una veste sottostante con un capo ulteriore.
Sappiamo che nel I secolo dell'era musulmana, a parte una minoranza di politeisti e di ebrei, la maggior parte della popolazione araba era cristiana - più o meno eretica secondo i vari criteri conciliari, visto che l'Arabia era terra di rifugio di monaci, anacoreti e, per l'appunto, eretici - e che la moda era naturalmente dettata dalla capitale cristiana d'oriente, cioè Bisanzio.
Le donne bizantine - e anche gli uomini - portavano effettivamente una sopravveste, la dalmatica, perlomeno sin dal IV-V secolo. Come è noto, una versione della dalmatica ampia e corta, che non copre la veste sottostante, è tuttora un paramento liturgico della chiesa cattolica romana, delle chiese ortodosse e della chiesa anglicana (credo anche di altre chiese cristiane ma so elencare solo queste); però la versione comune non liturgica unisex fino al XIV secolo scendeva fino alle caviglie e si è conservata per lungo tempo presso gli ortodossi russi che dopo la caduta di Bisanzio hanno ereditato l'aquila bicipite dell'impero romano d'oriente e, con essa, anche i capi di vestiario, rimasti in uso perlomeno fino all'ascesa al trono dello zar Pietro il Grande.
La portavano, s'intende, quelli che se la potevano permettere: la veste infatti era già di per sé costosa - e tanto più costosa quanto più era lavorata e adornata - dava segno di distinzione e, di regola, portava anche emblemi caratteristici della posizione o del ruolo sociale di chi la indossava (si notino le aquile imperiali nell'esempio dell'abito a fianco).

Non abbiamo molti ritratti di donne bizantine nella vita comune, ma qualcuno ci è pervenuto come questo.
Non è che sia una fotografia, ma ci mostra una dama cristiana - si noti la croce sul tetto della portantina - di rango sufficientemente alto da essere portata in giro in una lettiga trasportata da ben otto servitori e che indossa una dalmatica rossa.

Ora, vista la similitudine evidente di foggia tra jilbab e la dalmatica, si può pensare che il jilbab indicato in Al-Ahzab:59 sia la dalmatica bizantina?
Dal punto di vista filologico, non vi sono abbastanza elementi perché i due termini si possano considerare correlati o derivati l'uno dall'altro. E' ben vero che nelle lingue e nei dialetti che hanno subito un'influenza dall'arabo, si pensi al siciliano o al maltese (anche se il maltese, di fatto, è per gran parte un dialetto arabo simile al dialetto arabo-tunisino su cui si è innestato progressivamente un lessico siculo-italico), il suono della "d" tende a mutarsi in quello della "j" (si pensi a come pronunziano tuttora la "d" i siciliani), ma non è sufficiente a sostenere la congettura che qualche variazione di jilbab come ad esempio "jalabiyah" sia derivata da una radice "d/jal-(m)-".
A prescindere dal nome, comunque, dal punto di vista storico e della funzione dell'indumento, tuttavia, le correlazioni sono più che evidenti. Si tratta di un indumento che ha in entrambi i casi un ruolo distintivo: il Testo coranico dice esplicitamente che le donne devono indossarlo "così da essere riconosciute e non essere molestate".

Ha il jilbab coranico anche le caratteristiche di essere un capo opzionale perché costoso e comunque non obbligatorio nel guardaroba quotidiano, specie per i meno abbienti, come la dalmatica, oppure è invece un capo comune di tutte le donne, strettamente intimo e personale e non un soprabito, e pertanto diverso dalla dalmatica anche se simile per foggia?

A questa domanda il Testo coranico non suggerisce risposta; la possiamo trovare, però, in un autorevole hadith:
"[...] Chiese una donna: "O Messaggero di Allah! Che cosa deve fare una che non possiede un jilbab?".
Rispose: "Se lo faccia prestare da una delle sue compagne".
(Sahih di Bukhari, VIII, 347)"


Pare pertanto piuttosto chiaro:
a) che al tempo del Profeta - siano la Pace e la benedizione su di lui - non tutte le donne possedevano un jilbab;
b) che, visto che coloro che non possedevano un jilbab non andavano certo nude, questo non era un capo essenziale, ma un capo addizionale alla veste ordinaria;
c) che visto che il Profeta - siano la Pace e la benedizione su di lui - consiglia di farselo prestare e non di confezionarselo o acquistarlo, direi che va da sé che o era troppo oneroso o difficile l'acquisto o che era troppo onerosa o difficile la confezione per ragioni, evidentemente, economiche.

Se lo jilbab non è la dalmatica bizantina, pertanto, sicuramente è qualcosa di analogo per foggia, simbologia e distinzione sociale, costo, impiego e funzione sostanziale di accessorio al vestiario.


Da questa mole di argomentazioni proveniente da più fonti non vedo quindi ragione alcuna per tradurre "jalabib" con "veli": tantopiù in un contesto lessicale corrente in cui sul "velo islamico" si fa una polemica planetaria la cui portata e, ahinoi, le cui ricadute negative politico-sociali sono tanto ampie, quanto, mi pare, è ampia la confusione terminologica che si fa attorno all'indumento.


Io, sia chiaro, non ho niente contro la traduzione di Piccardo che è in ogni caso un bel lavoro e che non si è mai prefissa di compiere studi lessicologici sul testo alcoranico - anche perché solo vent'anni fa non si poteva immaginare quale svolta avrebbe preso la percezione dei musulmani da parte dei non-musulmani - ma solo di fare una traduzione interpretativa comprensibile e devozionalmente corretta, con un risultato senz'altro pregevole.

Visto che però, nostro malgrado, c'è ora purtroppo chi fruga il Testo coranico senza conoscere una parola di arabo e prende, dolorosamente, ogni pretesto per lanciare strali irriferibili contro la fede musulmana per qualsiasi uso strumentale possa venire in mente, è mio sommesso e modesto avviso che, con la dovuta pacatezza e con il dovuto rigore e rispetto per gli studi di coloro che ci hanno preceduto, convenga essere precisi e consapevoli circa ciò che il Prezioso Corano letteralmente dice. Ciò non per rispondere alle polemiche velenose altrui - ché tanto non servirebbe a nulla, temo - ma per noi, e per nostro personale progresso, rispettando naturalmente la divergenza di opinioni che può esservi tra diverse scuole di pensiero.

Per finire, dunque, la traduzione che io quindi tenderei a dare di Ahzab:59 è la seguente:
"Di' Profeta alle tue spose, alle tue figlie e alle credenti di indossare le loro sopravvesti, così che siano riconosciute e lasciate indisturbate. Allah è Clemente e sommamente Misericordioso"

Postato da: abdannur a 18:05 | link | commenti (4)
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venerdì, 03 agosto 2007

Abu Dharr - Pace su di lui - riferì:
Alcuni compagni del Messaggero di Dio - Pace e benedizioni su di lui - chiesero al Profeta: "Oh Messaggero di Dio, i ricchi hanno tutte le ricompense: essi pregano come preghiamo noi, digiunano come digiuniamo noi e fanno la carità con gli avanzi delle loro ricchezze".
Egli replicò:


"Iddio non vi ha forse concesso di che fare la carità? In verità, ogni tasbiha (l'invocazione subhanAllah, "sia gloria a Dio") è una carità, ogni takbira (Allahu akbar, "Iddio è il più grande") è una carità, ogni tahmida (al-hamdulilLah, "sia lode a Dio") è una carità, ogni tahlila (la ilaha illaLlah, "non c'è divinità se non Iddio") è una carità. Raccomandare il bene è una carità; proibire il male è una carità, e nell'amplesso di ciascuno di voi c'è una carità"

Essi chiesero allora: "Oh Messaggero di Dio, questo vuol forse dire che se uno di noi soddisfa un suo desiderio carnale avrà anche una ricompensa?" Egli rispose:

"Come potete pensare che se lo fa in modo illecito (haram), non commetta un peccato?
Così, se lo fa in modo lecito
(halal), merita una ricompensa"
(Muslim)


Abu Huraira - Pace su di lui - ha riferito che il Messaggero di Dio - Pace e benedizioni su di lui - ha detto in un'altra occasione:
"Ogni falange di ciascuna persona deve fare la carità, ogni giorno che sorge il sole.
Agire equamente tra due persone è carità, aiutare un uomo a salire in groppa alla propria cavalcatura e caricarvi le sue cose è carità, una parola buona è carità, ogni passo compiuto per andare a compiere la preghiera è carita, togliere dalla strada ciò che reca danno è carità
"
(Bukhari)

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quran al-karim, tradizioni del profeta muhammad

mercoledì, 18 luglio 2007
an-Nisa, le Donne: una lettura coranica

MuslimaatDurante la crisi economica che afflisse l'Egitto, col netto accrescimento del tasso di disoccupazione che l'accompagnò, gli autori conservatori musulmani sollevarono la questione femminile.
La rivoluzione del 1952 aveva assicurato alle donne l'accesso all'istruzione ed al mercato del lavoro, ma la successiva politica economica e di sviluppo era fallita. Invece di chiamare le cose col loro nome, cioè gli errori commessi nella politica economica, la colpa della disoccupazione fu data alle donne, perchè avevano sottratto posti di lavoro agli uomini. Come soluzione, proposero che le donne ritornassero a casa. All'inizio degli anni Settanta si affacciò l'idea di mandare in pensione anticipata le donne, in modo da creare posti di lavoro per gli uomini disoccupati.
A un problema di natura politico-economica, gli intellettuali musulmani diedero una soluzione palesemente politica, giustificandola con argomentazioni religiose. Fu in quell'occasione che cominciai a rendermi conto che si stava giocando con carte truccate. Visto che gli studiosi conservatori, adducendo passi del Corano, volevano nuovamente relegare le donne al focolare domestico, cominciai a studiare il Corano con riferimento alla questione femminile.
Il problema non è l'Islam.

Una delle preoccupazioni fondamentali del Corano è la liberazione della donna; proprio le sure meccane sono dei manifesti in favore della parità di diritti.
Ad esempio nella sura 39, "La sura delle schiere", al versetto 6, e in altri passi ancora:

Ei v'ha creato da una persona sola, poi ne trasse il suo coniuge

Il termine "suo coniuge" (zawjaha) non si riferisce ad un genere specifico, e nel Corano non si trova alcun riferimento al fatto che la donna sia stata creata dall'uomo, come è scritto invece nella Bibbia. Gli interpreti musulmani si sono successivamente serviti dell'Antico Testamento ed hanno dato un'interpretazione di tenore biblico, ma nel Corano si cercherà invano l'idea che la donna sia stata creata dalla costola dell'uomo.
Nella storia coranica della creazione i due sessi sono posti sullo stesso piano. La divisione dell'anima in una coppia non genera la superiorità di una parte sull'altra. E' vero che nel Corano viene spesso citato il nome di Adamo, mentre non compare mai quello di Eva, ma qui Adamo non sta per l'uomo maschio e neppure per un determinato essere umano, ma rappresenta tutto il genere umano.
Il Corano non opera alcuna distinzione né quando si tratta dell'agire religioso di uomo e donna, né quando si tratta della loro punizione o premiazione nell'aldilà.

Se invece analizziamo il Corano dal punto di vista linguistico, punto di vista spesso trascurato da coloro che non trattandolo come testo non lo considerano oggetto delle regole e dei metodi dell'analisi testuale, rinveniamo elementi ancora più notevoli.
Il Corano fa parte dei più antichi testi arabi, nei quali ci si rivolge esplicitamente a uomini e donne, senza distinzioni. Nella poesia araba antica, invece, il destinatario è esclusivamente maschile. Poeti preislamici, come 'Antara o Imru' al-Qais, parlano esclusivamente delle donne, sia come oggetto dei loro piaceri sia come oggetto di immagini linguistiche. Soltanto nei versi dei cosiddetti poeti sa'aliq, che girovagavano tra le tribù - dopo essere stati espulsi dalla tribù d'origine - e che non facevano parte dei poeti "ufficiali", troviamo che la donna occasionalmente viene direttamente interpellata. Troviamo per esempio che il poeta, rivolgendosi alla propria donna, si scusa per essere giunto in ritardo. Mentre nel discorso dominante la donna è semplicemente oggetto, presso i poeti sa'aliq diventa soggetto e destinataria del discorso.
Il Corano amplia questo concetto. Esso parla di "uomini e donne penitenti", di "uomini e donne che ritornano", di "uomini e donne che si rivolgono a Dio". Questo è inusuale, perchè secondo le regole della grammatica araba l'occorrenza del genere maschile implica anche il femminile. La stessa cosa avviene nel francese: un gruppo di novantanove donne e di un solo uomo, dal punto di vista linguistico, risulta essere un gruppo di uomini. Il Corano, citando esplicitamente le donne e discostandosi dalle usanze linguistiche, vuole esprimere un determinato significato: sottolinea che si sta rivolgendo alle donne nello stesso modo in cui si rivolge agli uomini.

Nelle sure più tarde del Corano, non sempre uomini e donne sono posti sullo stesso piano, in particolare nei versetti di rilevanza giuridica. Ma questi versetti non possono essere compresi al di fuori del loro contesto storico.
Prendiamo per esempio la spesso citata questione del diritto ereditario. Il Corano prescrive che un fratello riceva il doppio di quanto riceve la sorella. Potremmo vedere in questo un'ingiustizia, ma lo possiamo anche considerare un progresso in una società nella quale la donna non aveva alcun diritto all'eredità. Per gli stessi seguaci di Muhammad fu difficile accettare questo cambiamento.
"Perchè dobbiamo dare qualcosa a chi non porta la spada, non cavalca e non attacca il nemico?" - gli fu chiesto, secondo la tradizione. Il senso era: come possiamo dare qualcosa a qualcuno che non partecipa alla produzione? La produzione si basava soprattutto sui frutti delle guerre fra le diverse tribù; guerre combattute per la conquista di pascoli, acqua, foraggio, e naturalmente per il commercio e le carovane. Il guerriero era dunque un fattore essenziale della produzione, perchè difendeva la comunità. Se si vuole dare una spiegazione sociologica, il diritto all'eredità gli spettava in quanto produttore. E tuttavia, nonostante l'opposizione iniziale dei suoi seguaci, l'Islam garantiva la parte di eredità spettante alle donne.
Questo significa che, nel suo particolare contesto storico, l'Islam era sensibile all'equiparazione tra uomini e donne. E' possibile prendere i versetti alla lettera e deplorare il fatto che alla donna spettasse soltanto la metà della parte di eredità che spettava all'uomo. Ma si può anche vedere, al contrario, una tendenza in atto nel Corano verso l'equiparazione, anche se le circostanze culturali e sociali di allora non ne consentivano la piena realizzazione.
Oggi le circostanze sono diverse. Si può tentare di capire qual è lo spirito del testo. Esso è qualcosa di un po' diverso dalla sua forma esteriore; qualcosa che nell'esegesi tradizionale è stato identificato con "le intenzioni complessive della Rivelazione".
Leggiamo:

Gli uomini sono preposti alle donne,
perchè Iddio ha preferito alcuni esseri sugli altri,
e perchè essi donano dei loro beni per mantenerle.
(IV:34)

Questo versetto ha creato fino a oggi non poche difficoltà agli interpreti; esso viene citato soprattutto da coloro che vogliono criticare l'Islam, i quali talvolta del Corano conoscono solo quella frase o poco più.
Cosa vuol dire esattamente "preferire" (faddala)? Il testo qui non è chiaro; dal punto di vista linguistico, non è nemmeno chiaro chi venga preferito a chi. Sembra che a essere preferiti siano stati gli uomini. Ciò vuol dire che il Corano preferisce gli uomini alle donne?
Questa espressione compare nel Corano non solo in questo punto. Troviamo per esempio:

E Dio ha preferito alcuni di voi sugli altri in ricchezze
(XVI:71)

Se volessimo interpretare questo versetto alla lettera come l'affermazione della preferenza per i ricchi rispetto ai poveri, avremmo capovolto la saggezza divina. Dal contesto del versetto si può ricavare che esso sta descrivendo una condizione esistente, e non giustificando un'ingiustizia o una disuguaglianza. Il versetto continua:

Eppure quelli che sono stati preferiti non cedono delle ricchezze loro ai loro servi,
per modo che siano in questo uguali.

Il Corano si esprime contro la concentrazione della ricchezza, partendo proprio dalla stessa espressione che utilizza riferendosi al rapporto tra uomini e donne. Devo allora indagare questa espressione in tutte le sue occorrenze e capire come il Corano si esprima a proposito della ricchezza e della giusta distribuzione, per poter quindi rivolgere nuovamente la mia attenzione all'espressione "preferire", nel versetto citato sul rapporto tra uomo e donna.
Prendendo in esame tutti i passi dove compare questa espressione, si ricava che essa contiene un'affermazione sulla percezione da parte degli esseri umani e non una valutazione da parte di Dio. "A voi sembra che Dio abbia preferito uno all'altro" è il senso in cui va inteso il versetto, o come dicevano gli esegeti più antichi: "Nella vostra immaginazione Dio ha preferito uno all'altro". Questo "a voi sembra" implicito compare spessissimo nel Corano, ed è molto importante perchè dà voce all'orizzonte di aspettativa dei destinatari.
Non è dunque possibile attribuire al Corano una preferenza assoluta del maschile rispetto al femminile quando leggiamo: "Ei v'ha creato da una persona sola, poi ne trasse il suo coniuge".

Il contrastato versetto (IV:34) continua: "e perchè essi donano dei loro beni per mantenerle". L'uomo è dunque "preposto alle donne" perchè è colui che si prende cura del sostentamento economico della famiglia. Ma come va intesa questa seconda parte della frase nel caso, oggi non raro, in cui la donna lavori per sostenere il marito disoccupato? Predomina per questo motivo sull'uomo?
Qui è importante stabilire che cosa significhi "essere preposto".
Letteralmente l'arabo dice: "Gli uomini stanno diritti (qawwamun) sopra alle donne". Con la frase "stanno diritti sopra" non si allude a un eventuale controllo o dominio. Simile è la posizione di Dio rispetto ai cieli ed alla terra: qayyumu s-samawat wa l-ard. Vuol dire che Dio veglia sulla terra, proteggendola. Qayyum qui significa "guardiano, colui che protegge". Se si analizzano il termine e le sue forme derivate, che gli uomini siano qawwamun sulle donne è da intendersi nel senso di "coloro che proteggono". Nei versetti in cui compaiono questo termine e le sue derivazioni, il tema è dunque la protezione, non il dominio.

Ma l'interprete tende - il che è normale - a proiettare sul testo le caratteristiche del contesto sociale nel quale vive. Gli esegeti comprendono quindi il versetto alla luce della loro realtà sociale, attribuendogli il seguente significato: gli uomini sono migliori, o più importanti delle donne, etc. Essi interpretano il versetto nel senso della situazione presente, e non in relazione a un cambiamento che vada messo in atto. Gli interpreti pensano che le norme sociali siano già consolidate e che il testo serva alla loro giustificazione. Io invece mi sono convinto che quando si legge un testo non ci si debba sottomettere alle norme, soprattutto quando esse sono ingiuste.
La maggior parte degli interpreti sono per loro natura conservatori; non considerano la realtà come necessariamente mutabile. Per loro il cambiamento è tutt'al più un movimento all'indietro, un rivolgersi a ciò che c'era prima, e interpretano il Corano di conseguenza, mentre ogni interpretazione deve tentare di comprendere il testo nel suo contesto originario. E questo non è facile. Se leggo il Corano, porto in me l'eredità di tutta la storia della sua interpretazione, che va dal Compagno del Profeta, Ibn 'Abbas, al telepredicatore shaykh Sha'rawi.
E' necessario un certo lavoro scientifico per liberare il Corano dalle stratificazioni che si sono accumulate nella sua interpretazione; molti però temono questo lavoro. Preferiscono prendere una citazione qui e una frase là, esprimendo per mezzo del Corano ciò che avevano già in mente di dire.
("Una vita con l'Islam", ed. Il Mulino; pp. 95-101)

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studi biblici, quran al-karim, pensatori musulmani, donne e musulmane

giovedì, 12 luglio 2007

"Nessuno di voi sarà veramente musulmano,
se non desidererà per il suo prossimo tutto ciò che desidera per sé
"
(Bukhari)

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quran al-karim, tradizioni del profeta muhammad

giovedì, 28 giugno 2007

Ibn Abbas - Pace su di lui - racconta che quando il versetto coranico "Consultali nelle questioni" [III:159] fu rivelato, il Profeta - Pace e benedizioni su di lui - dichiarò:

"Iddio ed il Suo messaggero sono certamente dispensati dalla consultazione.
Tuttavia, Iddio ha voluto farne una fonte di misericordia per la mia comunità. Infatti, coloro che si consultano reciprocamente dimoreranno sulla retta via, e coloro che saranno negligenti nel farlo
si attireranno dei tormenti
"

(Baihaqui)

Postato da: abdannur a 23:48 | link | commenti (22)
quran al-karim, tradizioni del profeta muhammad

sabato, 16 giugno 2007

Ibn A'iz - Pace su di lui - racconta che una volta il Profeta - *Pace e benedizioni su di lui - era uscito dalla sua dimora per pregare su un morto. Quando stava per deporre il feretro, 'Umar Ibn Khattab - Pace su di lui - intevenne: "Non pregare su di lui, Profeta di Dio! Era un uomo perverso".
Rivolgendosi alle persone presenti, il Profeta* s'informò: "Qualcuno di voi l'ha visto compiere una qualsiasi azione islamica?" Ed un uomo rispose: "Sì, Profeta di Dio! Una notte, egli ha vegliato e montato la guardia sul sentiero di Dio".
Il Profeta* pregò allora sul morto, gettò della terra sulla sua tomba e rivolgendosi al defunto, annunciò:

"I tuoi compagni pensano che tu sia tra coloro che sono condannati al Fuoco,
ma io testimonio che tu fai parte di coloro che sono votati al Paradiso"

(Baihaqui)

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quran al-karim, tradizioni del profeta muhammad