L'eremo del credente: meditazioni sul confine.

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nel Nome d'Iddio
l'Onnimisericordioso
il Clementissimo

La devozione
non consiste nel volgere i volti
verso l'oriente o l'occidente.

Devoto
è colui che crede in Dio e nel Giorno Ultimo,
negli angeli,
nel Libro e nei profeti;
colui che dà del proprio,
nel Suo Amore,
ai parenti, agli orfani, ai poveri,
ai viandanti, ai mendicanti
e per liberare gli schiavi;
colui che s'accosta alla preghiera
e purifica i propri beni
nell'elargizione.

E quelli che mantengono gli impegni presi,
quelli che sono pazienti
nelle avversità, nella malattia,
nel momento dello sconforto.
Ecco coloro che sono veritieri,
ecco i devoti.

O Eterno,
chi potrà dimorare
nella Tua tenda,
chi potrà abitare
sul Tuo santo monte?

Colui che procede integro
e opera con giustizia,
che dice la verità che è nel suo cuore,
non calunnia con la sua lingua,
né fa male contro il suo prossimo
o getta infamia con le proprie azioni
contro il suo vicino.

Ai suoi occhi
il malvagio è spregevole,
mentre onora
coloro che temono l'Eterno.
Non ritratta
anche se ha giurato
a proprio danno.
Egli non dà in usura il proprio denaro
né accetta doni di corruzione
contro l'innocente;
Chi si comporta così
non vacillerà mai.

E' solo per il Signore
che l'anima mia attende
silenziosa;
da Lui soltanto
può venire la mia salvezza.
Lui solo
è mia roccia e mia salvezza,
Lui è la mia fortezza:
non vacillerò mai tanto!

Fino a quando voi
complotterete slealmente
contro l'uomo?
Possiate tutti voi
essere abbattuti
come muro pericolante
o recinto inclinato.
Solo a causa della loro alterigia
essi tramano per farmi cadere;
amano raccontar menzogna.
Benedicono con la bocca
e maledicono col cuore.

Però l'anima mia attende
silenziosa
il Signore soltanto
perchè è da Lui
che sgorga la mia speranza.
Lui solo
è mia roccia e mia salvezza,
Lui è la mia fortezza:
non vacillerò!
Dal Signore dipende
la mia salvezza e la mia gloria,
la roccia del mio vigore:
il mio rifugio è nel Signore!

Abbiate fede in Lui,
in qualsiasi momento, oh popolo,
aprite il vostro cuore di fronte a Lui!
Il Signore è per noi un rifugio per sempre.
Nient'altro che vanità fidarsi degli esseri umani
e gli uomini di alto rango son menzogneri!
Messi sulla bilancia s'alzan leggeri:
tutti insieme pesano meno del nulla.
No, non affidatevi alla violenza,
né sperate vanamente
nelle rapine!
Anche quando le ricchezze
dovessero prosperare
non attribuitegli importanza!

Una volta parlò il Signore,
due volte L'ascoltai:
la Potenza appartiene a Dio
e Tuo, o mio Signore,
è l'Amore;
Tu rendi a ciascuno
secondo le sue opere.

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giovedì, 02 luglio 2009
Iran: Tradizione tra sclerosi e liberalismo

Appena 7 anni fa, il papa Giovanni Paolo II, durante un viaggio pastorale a Cracovia, denunciava, dinanzi ad oltre due milioni di cittadini polacchi: "Quando una rumorosa propaganda di liberalismo, di libertà senza verità e responsabilità, si intensifica anche nel nostro Paese, i pastori della Chiesa non possono non annunciare l'unica ed infallibile filosofia della libertà, che è la verità della croce di Cristo".
Spiegò altrove: "Non si può parlare di libertà della persona, perchè la sola libertà rende schiavi. Occorre essere rettamente educati, prima che la libertà sia concessa. E' necessaria una libertà matura, non un mito di libertà che in realtà schiavizza e degrada".

La Repubblica Islamica d'Iran rappresenta un esperimento politico e teologico inedito per l'epoca moderna, ed un naturale motivo d’interesse per ogni credente. Esso incarna lo sforzo consapevole di conciliare storicamente i fondamenti metafisici di una dottrina religiosa e la prassi governativa di un grande Paese industrializzato. All’ottimistico contrattualismo democratico sostituisce un solido costituzionalismo shara’itico; alla sostanziale egemonia delle oligarchie plutocratiche oppone la severa tutela del primato degl’interessi nazionali. A fronte di una dilagante cultura dell’omogeneizzazione consumistica, infine, promuove alternativamente una sorta di protezionismo ontologico, ispirato ai valori tradizionali di un’antropologia spirituale.
Il miglior contributo della Repubblica Islamica iraniana alla storia della filosofia politica è stato duplice: da un lato, il superamento della più rudimentale dialettica classista nell’ambito del movimento rivoluzionario, in favore di una prospettiva unitaria imperniata su di un programma legislativo condiviso, tanto radicale quanto radicato; d’altro lato, a partire dalle figure della Guida e dei Guardiani, il ripristino in ambito istituzionale dei criteri prepolitici di conoscenza – nella duplice accezione di sapienza e competenza – e rettitudine – intesa come saggezza ed eticità. In una parola, un movimento per la Legge, i cui custodi ne fossero testimoni coerenti. In pratica, il riconoscimento di valori intangibili, sui quali fondare un sistema di governo fortemente caratterizzato dalla competenza e dall’onestà.

L’evidente limite storico di questo progetto politico, d’altronde, è insito in nuce tanto nella dottrina religiosa cui s’ispira quanto all’epoca in cui questo è venuto a realizzarsi.
La teoria della wilayat-i faqih – “l’autorità spirituale del giurisperito” – sistematizzata dall’ayatoLlah Khomeini, eredita applicativamente – senza prospettarne soluzioni - l’eccessiva distanza che l’Islam shi°ita frappone tra il credente “semplice” ed il sapiente “iniziato” ai segreti della gnosi duodecimana: distanza sapienziale che, nell’ambito di un governo giustificato dalla sapienza, non può che dischiudere crescenti margini di dissenso, frammentazione e rivolta. Inoltre, la natura ultimativa, che le escatologie riconoscono concordemente all’epoca moderna, non può che compromettere preliminarmente qualsiasi forma di restaurazione tradizionalistica, naturalmente destinata a svilupparsi in condizioni massimamente sfavorevoli, e ad affrontare le pericolose derive dell’inaridimento e della sclerosi, se non proprio della devianza e della perversione.
Le recenti vicende elettorali iraniane e la successiva repressione violenta, attuata nei confronti degli oppositori del presidente Ahmadinejad, nonché il ruolo crescente degli apparati militari nella gestione politica ed economica dell’Iran, richiamano cupamente queste problematiche, cui l’establishment shi°ita sembra tutt’altro che preparato a dare una risposta esauriente ed efficace.

C’è un problema, in terra d’Iran, che dev’essere risolto dalle genti dell’Iran. C’è un problema, nell’applicazione di una certa prospettiva della tradizione islamica, che nella stessa tradizione islamica può e deve trovare la sua migliore soluzione. Scriveva a tal proposito Abu ‘l-A’la Maududi, intellettuale pakistano del secolo scorso: “Ci sia o non ci sia polizia, tribunale o carcere nel mondo per imporre l’osservanza degli ordinamenti etici dell’Islam, la reale forza che sta dietro alla legge morale è la favilla di una fede genuina che sia saldamente radicata nei cuori”. Parafrasando il pontefice polacco, i musulmani non possono non annunciare l’unica ed infallibile filosofia della libertà, che è la verità della riconciliazione col Creatore.
Allo stesso tempo, d’altronde, non possiamo non denunciare la rumorosa propaganda di un liberalismo ipocrita e mercantile, che non invocò il rispetto dei diritti civili quando patrocinava la dittatura dello Shah, che non protestò la revoca delle tutele democratiche quando promosse il colpo di Stato che depose Mossadeq, e che non denunciò l’atroce barbarie della guerra quando sostenne politicamente, militarmente ed economicamente il regime ba’athista di Saddam Hussein nella decennale guerra che questi scatenò proditoriamente contro la nazione iraniana. Quegli stessi personaggi che oggi volenterosamente s’accalcano per la libertà degli studenti iraniani, ieri non hanno battuto ciglio per quella stessa libertà dovuta agli studenti palestinesi, presi a sassate da coloni israeliani o feriti a morte nei bombardamenti dell’esercito regolare, immiseriti nell’inedia di una vita senza futuro e privati del diritto ad una normale esistenza di affetti, ambizioni e dignità. Non l’hanno fatto ieri né, domani, lo faranno.


Il musulmano non ha possibilità di scelta: egli deve aiutare suo fratello. Sostenendolo, quand’è oppresso e conculcato nella sua libertà; fermandolo, quando questi fosse un oppressore ed un tiranno. Questo aiuto è parte integrante dell’Islam: deve perciò realizzarsi attraverso i suoi stessi insegnamenti, e non contro di essi; deve mirare alla sostanziale promozione della dignità umana, e non mischiarsi ai sordidi interessi di lupi travestiti da pecore. La sana riforma della Repubblica Islamica d’Iran – pure del tutto auspicabile in primis da parte dei musulmani – non potrà allora certo giovarsi delle rapaci ingerenze di coloro che, pur ammantandosi platealmente di vessilli umanitari, hanno da tempo venduto la sostanza immateriale della propria anima alla frusciante contropartita della più ruvida cartamoneta.

Postato da: abdannur a 18:00 | link | commenti (1)
iran, divagazioni politiche

giovedì, 04 giugno 2009
Il guanto di velluto

Tra circa un'ora il presidente degli Stati Uniti d'America, Barack Hussein Obama, pronuncerà presso l'Università del Cairo un "discorso ai popoli musulmani del mondo". Il sistema dei media internazionali, opportunamente imboccato dall'ufficio stampa della Casa Bianca, ha già provveduto a proclamare la portata "storica" di questo discorso, contribuendo a creare un clima di profonda aspettativa nella vasta platea delle opinioni pubbliche planetarie.
Al di qua di esse, tuttavia, vi sono coloro che, della pubblica opinione, non partecipano, né ambiscono ad influirvi. Coloro le cui opinioni, sentimenti e speranze sono orientate principalmente dall'aridità di un pozzo, dalla scarsità del pane, dalla gravità di un episodio febbrile. Nel panorama surreale di un mondo in cui il volto sorridente di un distinto avvocato afroamericano ci è più visceralmente familiare del nostro stesso volto incanutito, un discorso mondovisivo è poc'altro che un accento accademico sulla parola violenza.

Probabilmente Barack Obama è una brava persona. Questo, tuttavia, non ha alcuna importanza. La realtà non è una narrazione apologetica, e nessuna narrazione può destare alcun interesse finché non si dimostri efficace rispetto allo svolgimento concreto della vita materiale.
Il discorso del presidente degli Stati Uniti è sicuramente un segnale di evidente discontinuità, quantomeno retorica, rispetto all'atteggiamento della precedente amministrazione Bush. Ciò che conta, tuttavia, è che l'evidenza non resti una caratteristica di superficie. Non ci servono discorsi, oggi, bensì l'impegno concreto ad un cambiamento strategico dei rapporti tra la Superpotenza americana ed i popoli del mondo musulmano e non: è un'idea del mondo incentrata sul monopolio del potere - e la concreta, violenta pratica attuativa di questo monopolio - il problema degli Stati Uniti coi popoli musulmani e non. Che il responsabile politico di questo progetto egemonico sia afroamericano, latino o di lontane origini siciliane, non ha alcuna reale importanza, per coloro che ne sperimentano personalmente, quotidianamente le drammatiche conseguenze.

Bisogna innanzi tutto chiamare le cose col loro nome, e di conseguenza agire su di esse. Di generiche buone intenzioni, se ne sono già sentite molte professioni, a partire dalla questione arabo-israeliana. Quando il presidente degli Stati Uniti spiegherà allora che non è un diritto del suo Paese la sistematica depredazione delle altrui riserve naturali, la consolidata pratica di dumping ai danni dei mercati minori, l'ingiustificata intromissione nelle altrui politiche economiche, sociali e commerciali, l'esercizio arbitrario della violenza militari nei confronti di coloro che si oppongono ad un disegno strategico unipolare - e via via elencando le diverse forme di dominio su cui si fonda la precaria prosperità del sistema americano - allora, e solo allora, potremo riconoscere una parola costruttiva degli Stati Uniti nei confronti del mondo musulmano e non.
Ma queste cose, obiettivamente, nessun presidente degli Stati Uniti potrà mai dirle, facendole poi seguire da un'effettiva inversione di rotta delle proprie politiche corporative nel mondo. Allora, l'orizzonte più verosimile è che il presidente Obama si dimostri il classico guanto di velluto di un pugno di ferro che non ha alcuna intenzione di allentare la sua presa sui popoli del mondo.

Postato da: abdannur a 11:45 | link | commenti (2)
lotta al terrorismo, divagazioni politiche, europa-americhe

domenica, 03 maggio 2009
Del castigo e della clemenza

Il Profeta - *la Pace e la benedizione d'Iddio siano su di lui e sulla sua famiglia - il giorno che inviò notizia della sua vittoria (presso i pozzi di Badr, nel 2^ anno dall'Hijra, ndt), radunò tutti gli uomini al campo, per decidere la sorte dei prigionieri e del bottino.

Quando chiese ai presenti il loro parere, si alzò 'Umar, e disse: "Penso che tu debba uccidere tutti i prigionieri. Ordina che ognuno uccida il prigioniero con cui è imparentato. Dì ad 'Ali di uccidere suo fratello 'Aqil, a Hamzah di uccidere 'Abbas, perchè Iddio sappia che questi negatori non hanno più posto nel nostro cuore, e che non nutriamo più alcun amore od affetto per essi. Ognuno deve uccidere il suo parente di sua mano perchè non sorgano ostilità tra le tribù, cosa che accadrebbe se i prigionieri fossero uccisi da estranei. Quanto al bottino, bisogna sotterrarlo".
'Abbas, seduto tra i prigionieri, disse ad 'Umar: "'Umar, tu sopprimi la pietà; possa Iddio non avere pietà di te!". Il Profeta* non gradì questo parere e ne chiese un altro.

'Abdallah, figlio di Rawahah, uno degli eroi degli Ansar (gli Ausiliari, abitanti di Medina alleati del Profeta* e dei musulmani immigrati da Mecca, ndt), disse: "Apostolo di Dio, penso che tu debba cercare una valle, farla riempire di legna, e bruciare tutto il bottino; poi farai gettare nel fuoco i prigionieri".
'Abbas ripetè le parole che aveva indirizzato ad 'Umar. Il Profeta*, scontento anche di questo consiglio, ne chiese un terzo.

Abu Bakr parlò in questo modo: "Apostolo di Dio, costoro sono tutti zii e cugini, come lo sono di noi. Iddio ci ha dato la vittoria su di loro: ora dobbiamo averne pietà e liberarli contro un riscatto in denaro. Sono nobili e ricchi, e ciascuno deve riscattarsi. Allora saranno liberi, e i credenti avranno acquistato vantaggi e potenza".

Il Profeta* fu soddisfatto di questo consiglio, sorrise, e disse: "Abu Bakr, 'Umar è come Gabriele, che Iddio invia ovunque vi siano da portare castighi o flagelli, come al popolo di Lot o a quello del Faraone. Tu invece sei come l'angelo Michele, che Iddio manda sempre come araldo di clemenza; è lui che porta la pioggia, che porta il perdono al popolo di Giona, stornandone il castigo, e che fa uscire Giona dal ventre della balena. Tu sei come Abramo, che per pietà del suo popolo disse: "Chi mi seguirà, quegli veramente sarà dei miei; quanto a chi, invece, mi disubbidirà, certo Tu sei Indulgente e Compassionevole!" (14:39). Sei come Gesù, che ha detto: "Se Tu li punisci, puoi farlo, poiché essi sono Tuoi servitori; e se Tu li perdoni, puoi farlo pure, perché sei Tu il Potente, il Saggio" (5:118).
'Umar è come Noè tra i profeti; giacché Noè disse: "Signor mio, non lasciare, sulla terra, alcuno dei negatori" (71:27). E' come Mosè, che disse: "Signor nostro, distruggi le loro ricchezze" (10:88). Avete ragione l'uno e l'altro; attendiamo ora l'ordine di Dio."

Nel corso di quella stessa assemblea, Iddio rivelò questo versetto: "Non si addice ad un profeta prendere prigionieri finché non avrà soggiogato la terra completamente. Voi cercate il bene terreno, mentre Allah vuole [darvi] quello dell'Altra vita. Iddio è l'Eccelso, il Saggio" (8:67). Il Profeta* aggiunse: "Se foste stati colpito dal castigo, nessuno sarebbe sopravvissuto, salvo 'Umar".
In seguito, Iddio rivelò un altro versetto, in cui permise di disporre del bottino ottenuto: "Mangiate quanto vi è di lecito e puro per voi nel bottino che vi è toccato, e temete Iddio; Egli è Perdonatore, Misericordioso" (8:69).

Postato da: abdannur a 14:52 | link | commenti (2)
sahaba wa shuyukh al-islam, tradizioni del profeta muhammad

giovedì, 26 marzo 2009
"Sono tutti terroristi: dobbiamo ammazzarli tutti"

"E' successo qualcosa di nuovo nell'Operazione Piombo Fuso a Gaza, qualcosa che non era mai accaduto", dice al Corriere Yehuda Shaul, 26 anni, uno dei fondatori di Breaking the Silence, organizzazione di veterani israeliani che dal 2004 raccoglie testimonianze dei colleghi sugli abusi commessi dall'esercito nei Territori Occupati.
"Non ho mai sentito storie come queste. L'aggressività dei comandanti, l'uso massiccio dell'artiglieria in un'area urbana, la scomparsa della distinzione tra civili e combattenti. Sono entrati a Gaza senza regole d'ingaggio. Si sparava a tutto ciò che si muoveva e che non si muoveva. Ci sono testimonianze sulla demolizione di massa di abitazioni senza che ce ne fossero le necessità operative".

Shaul parla dopo che i quotidiani Haaretz e Maariv hanno pubblicato giovedì le prime confessioni di soldati israeliani sull'uccisione di civili innocenti e sugli atti di vandalismo compiuti a Gaza. Emerse in un seminario del liceo militare Rabin a febbraio, le testimonianze contraddicono la versione dell'esercito, e cioé che le truppe avrebbero cercato di proteggere i civili. Ora Breaking the Silence sta raccogliendo nuove confessioni: già 20 interviste rivelano storie simili a quelle apparse su Haaretz. [..] Le testimonianze emerse finora mostrano che gli atti commessi a Gaza (per i quali Onu, Lega Araba ed organizzazioni non governative chiedono un'inchiesta per crimini di guerra) non sono iniziativa di singoli - spiega Shaul - ma il risultato di regole e di un clima creati dall'alto.

Dopo una settimana di raid aerei, il 3 Gennaio le truppe israeliane entrarono a Gaza. "All'inizio gli ordini erano di andare con mezzi blindati chiamati "Achzarit" (che significa "Crudele", ndr), sfondare la porta e cominciare a sparare all'interno.. Io lo chiamo omicidio" - ha detto un comandante della brigata Givati identificato come Aviv. "Dovevamo andare piano per piano, sparare a chiunque. Mi sono chiesto: qual è la logica? Ci dicevano che era permesso perchè chiunque rimanesse nel settore e a Gaza City era un terrorista, perchè non se n'era andato. Non capivo. Da una parte non avevano dove andare, dall'altra ci veniva detto che era colpa loro se non se ne andavano".
Aviv racconta di aver tentato di cambiare le regole. "E uno dei miei uomini mi disse: "Qui sono tutti terroristi. Dobbiamo ammazzarli tutti". [..]

"Abbiamo usato molto il fosforo"
, dice uno dei soldati. Nei giorni scorsi l'esercito israeliano ha ammesso l'uso di 20 proiettili al fosforo bianco in una zona abitata, Beit Lahiya, nel nord di Gaza. E' in corso un'inchiesta interna.
Il quotidiano israeliano Haaretz ha anche scoperto che alcuni soldati hanno fatto realizzare T-shirt personalizzate con immagini di bambini palestinesi morti per festeggiare la fine della guerra. Ce n'è una con un bersaglio disegnato sulla pancia di una donna incinta e la scritta: "Due in un colpo solo". Il quotidiano ha scritto del ritrovamento a Gaza di un documento in ebraico che autorizzava i soldati a far fuoco sui soccorritori della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa. Il giorno dopo "Physicians for Human Rights" ha accusato l'esercito di aver impedito l'evacuazione di feriti, sparato su ambulanze e ucciso 16 medici palestinesi.

Molte le testimonianze sugli ordini poco "etici" dei comandanti. "Ci ha detto che una lezione importante appresa dalla Seconda Guerra in Libano è il modo in cui si entra in azione: con molto fuoco - dice il soldato Gilad - Il risultato: poche perdite nell'esercito, molti palestinesi morti".
In un documentario sulla guerra a Gaza mandato in onda da Channel 10, un comandante dice ai soldati: "Se c'è qualcuno di sospetto al piano superiore di una casa, lo colpiamo. Se abbiamo sospetti su un'abitazione, la abbattiamo. Se qualcuno si avvicina disarmato, sparate in aria. Se continua, è morto. Se dobbiamo sbagliare, che sia con le loro vite, non con le nostre". Il riservista Amir Marmor ha confermato al NYT che il messaggio era
"sparare senza pensare alle conseguenze": il colonnello "ci ha detto: in questa operazione non vogliamo correre rischi; mettete da parte l'etica.. Piangeremo dopo".

(V. Mazza; Corriere 26.3.09, p.11)

Postato da: abdannur a 16:07 | link | commenti (3)
palestina, israele, rassegna stampa

venerdì, 13 marzo 2009

Lo scorso mese di Febbraio, il Centro Culturale Islamico milanese di viale Jenner è stato oggetto di nuove ispezioni, da parte dei vigili urbani e dell'Azienda Sanitaria Locale. Le diverse verifiche sulle condizioni della struttura e la sua messa a norma, l'adeguamento igienico-sanitario della cucina e del negozio di macelleria ed il rispetto delle norme antifumo, hanno comportato un ammontare complessivo delle contravvenzioni di 10mila euro. Una cifra chiaramente insostenibile, per un centro completamente autofinanziato, che tra le sue attività annovera l'onere di due pasti giornalieri gratuiti, per circa un centinaio di avventori indigenti.

Come è stato rimarcato a più riprese dal portavoce dello stesso centro islamico, Abdel Hamid Shaari, e dal suo direttore spirituale shaykh Abu Imad, non è insolito che la doverosa supervisione delle autorità comunali sulle strutture e sulle attività dei centri islamici si traduca, di fatto, in una scrupolosità eccezionalmente minuziosa, se non proprio vessatoria.
[continua]



Servizio di Omar Abdel Aziz, inviato di C6.tv

Postato da: abdannur a 12:40 | link | commenti (2)

martedì, 10 marzo 2009
Corrispondenze

Da Abu Huraira - Iddio sia soddisfatto di lui.
Disse il Profeta - su di lui e sulla sua famiglia siano la Pace e la benedizione d'Iddio:

"A chi dissiperà per un credente una delle pene di questo mondo, Iddio dissiperà una di quelle del Giorno della Resurrezione; chi concederà facilitazioni a chi si trovi oberato, Iddio gli concederà facilitazioni in questo mondo e nell'Altro, ed Iddio verrà in aiuto del Suo servitore quanto questi sarà venuto in aiuto di suo fratello.
Chi imboccherà una strada di ricerca della Scienza, Iddio gli spianerà per questo una strada verso il Paradiso, e delle persone non si riuniranno in una delle case d'Iddio Altissimo a leggero il Suo Libro ed a studiarLo insieme, senza che scenda su di loro la
Sakina, la Misericordia li permei si facciano loro intorno gli Angeli, ed Iddio li menzioni presso coloro che stanno presso di Sé; e colui il cui agira lo rallenta, non lo condurrà rapidamente l'anima sua."
(Muslim)

Postato da: abdannur a 17:32 | link | commenti
tradizioni del profeta muhammad

giovedì, 05 marzo 2009
Matrimoni misti: tra analisi e demagogia

«Queste famiglie reggono quando hanno un reticolo di sostegno, i fratelli, i genitori. Altrimenti non ce la fanno. Una coppia mista è un bene prezioso per chi le vive attorno, ma è anche più fragile, più osservata dai vicini, e ha bisogno di maggior negoziazione: dai figli, alla gestione dei soldi, tanti sono infatti i motivi di discussione. [..] Sono delle grandi potenzialità, ma sono visti come particolari e diversi dalla Chiesa, dai vicini, dai parenti. E così loro tendono ad autoisolarsi o ad essere isolati.»

Un "bene prezioso", dunque; delle "grandi potenzialità" che tuttavia scontano l'assenza di un adeguato "reticolo di sostegno" e la debilitante diffidenza degli attori sociali che le circondano: così Mara Tognetti - docente di Politiche migratorie all'Università Bicocca di Milano - descrive la condizione delle coppie "miste", formate da persone provenienti da Paesi diversi, con un'analisi quantomai lucida ed articolata.

E' però altrettanto interessante notare come questa prospettiva sia poi stata costretta (e neutralizzata), sulle pagine del Giornale, tra una lunga disamina statistica del "destino fallimentare" dei matrimoni "misti" ed una dichiarazione di una parlamentare Pdl che denuncia "l'inaccettabile strumentalità" di questo tipo di unioni, vere e proprie "ingiustizie che andrebbero eliminate". La stessa giornalista, Enza Cusmai, proprio ieri ribadiva con chiarezza, durante un dibattito televisivo, i termini del suo allarme: il "ventre molle" dei matrimoni "misti" sarebbero quelli celebrati con uomini di fede islamica, per la quale "la donna è costitutivamente inferiore e si può uccidere", e dai quali è necessario "mettere in guardia le donne italiane".
Una sua collega, Ida Magli, lo scorso luglio fu ancora più nitida: ad una gustosa diagnosi della "vocazione occidentale" del cristianesimo primitivo, accompagnò una prescrizione definitiva: "Per ora, sarebbe bene che i matrimoni non avvenissero affatto, neanche di fronte all'accettazione delle leggi vigenti in Italia".

L'accorata denuncia del "matrimonio misto", insieme a quella delle "classi miste"; rappresenta un salto di qualità della propaganda xenofoba. Prima, il pericolo era "il ghetto", "la scuola araba", "la famiglia non integrata"; ora, l'allarme è per lo straniero che "occupa la casa popolare", "invade le nostre aule", "sposa le nostre donne".
Fisiologica piaga purulenta sul corpo sociale stremato dalla disgregazione liberista, l'idiosincrasia razzista esprime un moto di rigetto per la crescente, inarrestabile mixité: lo straniero si sta integrando troppo, e laddove inesorabilmente s'innescano meccanismi d'inclusione, urge ostacolarne lo sviluppo, culturalmente e politicamente. Quindi: gl'immigrati s'ostinano a restare in fila sotto la pioggia per un permesso di soggiorno? Aggravo i balzelli fiscali. I figli di cittadini stranieri che frequentano le scuole pubbliche sono sempre di più? Stabilisco delle classi differenziate. Aumentano i matrimoni di cittadini italiani e stranieri? Intensifico i controlli di polizia.


Certamente la demagogia xenofoba non rende meno urgenti, d'altra parte - essendone, anzi, un sintomo ed una conferma - le questioni concrete legate ai grandi flussi migratori ed alla dilagante insicurezza sociale. Tuttavia, il sistematico passaggio da un tema reale ad un feticcio ideologico compromette irrimediabilmente un'efficace comprensione dei problemi; ed un problema non capito, resterà poi un problema non risolto, se non addirittura aggravato da maldestria, incompetenza, od interesse. Nello specifico, tradurre la questione della violenza domestica e delle problematiche relative all'immigrazione nell'immagine stereotipa del "marocchino barbuto che sgozza la moglie" penalizza quindi le mogli, ancor più dei marocchini e dei musulmani; le vittime delle violenze, ancor più che le vittime del pregiudizio.
I giornalisti si espongono così a rendersi più colpevoli dei carnefici stessi: fomentandone il pregiudizio, ne armano la mano; distorcendone sensazionalisticamente le gesta, contribuiscono a confonderne e perpetuarne le condizioni di esistenza. Quante mattanze si potrebbero allora prevenire, se fossero sottratte all'altare sacrificale dell'Auditel e della tiratura di stampa?

Postato da: abdannur a 13:57 | link | commenti (6)
rassegna stampa, migranti e nuove cittadinanze, donne e musulmane, antislamismo-islamofobia